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Febbraio 2018

Dal "potere deve essere operaio" al "godere operaio": il movimento del '77  

di Alessio Gagliardi e Marco Grispigni

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Gli scontri del 17 febbraio alla Sapienza di Roma sono probabilmente l’evento più noto e discusso del movimento del ‘77. L’arrivo, nell’università occupata, del segretario della Cgil Luciano Lama, accompagnato da un corposo servizio d’ordine e da un nutrito numero di militanti del Pci e del sindacato fu accolto da una pesante contestazione, in cui la durezza della contrapposizione si accompagnava a un’ironia dissacrante («i Lama stanno nel Tibet», «L’ama o non L’ama», erano alcuni degli slogan coniati per l’occasione). La mattinata degenerò in pesanti scontri, culminati con la fuga precipitosa del segretario confederale dall’ateneo. A Lama, alla Cgil e al partito comunista, i giovani del movimento rimproverano innanzitutto un cedimento alle ragioni dell’avversario. Così, con ironia e autocompiacimento, sintetizzò le ragioni dei contestatori un murale all’università di Bologna: «Il padrone disperato / ha chiamato il sindacato: / “Lama mio salvami tu, / così non se ne può più” / E con gran pubblicità / va nell'università. / Di preciso il diciassette / del febbraio ‘77 / sopra un palco da cantante / il progetto delirante: / “Il lavoro benedici / viva viva i sacrifici”» («Zut», febbraio 1977). Fu un punto di vista che ebbe ampia visibilità anche al di fuori dell’area più militante, e che l’anno successivo un cantautore di grande successo come Fabrizio De Andrè volle raccontare in una sua canzone, proprio rievocando i fatti di quel 17 febbraio: «Ed ero già vecchio quando vicino a Roma / a Little Big Horn / capelli corti generale ci parlò all’Università/ dei fratelli tute blu che seppellirono le asce / ma non fumammo con lui non era venuto in pace / e a un dio fatti il culo non credere mai» (Fabrizio De André, Coda di lupo, 1978).

Gli scontri all’università di Roma segnarono un punto di non ritorno nella contrapposizione tra la sinistra istituzionale e quella extraparlamentare. Ma rappresentarono anche, simbolicamente, la rottura tra il mondo del lavoro “classico”, operaio, rappresentato dalle sue organizzazioni “storiche”, i sindacati confederali, e una nuova realtà giovanile alle prese, in misura sempre più ampia, con la disoccupazione, la sottoccupazione, il lavoro saltuario, informale, precario, nero.

All’inizio degli anni Settanta, con la chiusura della lunga fase espansiva del dopoguerra e le trasformazioni della struttura produttiva (robottizzazione delle grandi fabbriche, decentramento, terziarizzazione) si avviò una radicale riconfigurazione del mondo del lavoro, dei suoi profili, delle relazioni e delle identità. La prospettiva della piena occupazione, inoltre, si faceva sempre più lontana. A pagarne le spese furono soprattutto le nuove generazioni. Dal 1973 al 1977 la disoccupazione giovanile triplicò, colpendo in misura significativa anche i possessori di titoli di studio più elevati. Nella seconda metà del decennio risultavano privi di lavoro circa il 36 per cento di diplomati tra i 20 e i 24 anni, mentre i laureati si dovettero misurare con un mercato del lavoro che offriva prospettive meno gratificanti e con il nuovo fenomeno del precariato intellettuale. Nel luglio del 1977 le statistiche contavano una massa di 2.200.000 giovani tra i 14 e i 29 anni disoccupati o sottoccupati, pari al 30% del potenziale di lavoro di quella classe di età.

Il movimento del ‘77 si autorappresentò come espressione proprio di quel segmento di mondo giovanile; di coloro, cioè, che apparivano destinati a un futuro di precarietà socioeconomica e di marginalità rispetto a un sistema di tutele e protezioni imperniate su un welfare state di natura occupazionale: «non garantiti» fu la formula, di larga circolazione, utilizzata per indicare questa condizione. Sul versante del Pci, la risposta più significativa fu quella di Alberto Asor Rosa, secondo cui ormai si scontravano «due società» nettamente distinte: da un lato, la classe operaia organizzata e dall’altro tutto ciò che non rientrava in quel tipo di società, «vale a dire emarginazione, disoccupazione, disoccupazione giovanile, disgregazione» (A. Asor Rosa, Le due società. Ipotesi sulla crisi italiana, Einaudi, Torino 1977, pp. 63-64).

Per quanto concerne le politiche del governo, proprio in quell’anno, in giugno, fu varato l’intervento più significativo: la legge 285 sulla disoccupazione giovanile, che prevedeva il riconoscimento di liste speciali di collocamento. Migliaia di giovani vi si iscrissero. A neanche due mesi dall’approvazione della legge, se ne registravano già 161.000. In molti trovarono un’occupazione, soprattutto presso le amministrazioni locali, che così potevano superare i vincoli di bilancio imposti dal cosiddetto Decreto Stammati, approvato all’inizio dell’anno. Numerosi giovani iniziarono un rapporto di lavoro tramite la chiamata diretta oppure con il bando per le cooperative nell’ambito dei servizi sociali. La legge 285 fu certamente una delle ultime chiamate per “ringiovanire” la pubblica amministrazione e uno degli ultimi treni per il lavoro stabile e non precario. Di certo, però, non incise rispetto a un trend generale che iniziava ad andare verso la flessibilità nell’esperienza lavorativa.

Il 1977 rappresentò non solo il palesarsi di una spaccatura tra settori politici (la sinistra istituzionale e il sindacato confederale da un lato, e i movimenti e le organizzazioni extraparlamentari dall’altro) o tra segmenti sociali (i “garantiti” e i “non garantiti”), ma segnò anche l’emergere di una frattura culturale, per molti aspetti mai più ricomposta. Il movimento del ‘77, pur dichiarandosi comunista e rivoluzionario, apparve sempre meno legato alla cultura e al linguaggio di classe propri della tradizione della sinistra e del movimento operaio. Si tratta di un processo che trovava le sue origini nelle teorie che si svilupparono all'interno della sinistra extraparlamentare e, soprattutto, nell’impatto della progressiva dissoluzione di assetti socioeconomici che mise in crisi le identità collettive e le forme dell’appartenenza costituite a partire dalla collocazione nella struttura produttiva e nel sistema dei rapporti tra le classi sociali.

L'intera riflessione elaborata all'interno del movimento del ‘77 fu segnata da concetti e valori che si distanziavano in maniera radicale da quelli portati avanti nel 1968 e, soprattutto, nel successivo “autunno caldo”, caratterizzato dalla piena egemonia del conflitto operaio di fabbrica. Alla crescita della disoccupazione giovanile il movimento rispose con la rivendicazione del principio del rifiuto del lavoro o, per lo meno, della riduzione significativa dei tempi del lavoro («lavorare meno, lavorare tutti») fino alla valorizzazione di un lavoro precario in quanto non oppressivo. La “desacralizzazione” del valore del lavoro si manifestò anche nel detournement continuo di slogan classici provenienti da precedenti stagioni di conflitto: «operai e studenti uniti nella lotta» e «il potere deve essere operaio» diventarono «godere operaio», «godimento studentesco» sui muri dell’università di Roma. L’ampia diffusione delle analisi di Toni Negri e dell’area operaista sull’emergere della figura dell’«operaio sociale», d’altra parte, sanciva la progressiva eclissi, nei riferimenti politici così come nell’immaginario, della centralità dell’operaio della fabbrica fordista, l’«operaio massa».

Il passaggio dal concetto di “liberazione del lavoro” a quello di “liberazione dal lavoro” fu una delle caratteristiche del movimento. Si trattava di una contrapposizione frontale con la cultura del movimento operaio e con l’identità del sindacato, che nell’etica del lavoro avevano uno dei propri temi fondanti. Giocando il Marx dell’emancipazione dal lavoro contro il marxismo dell’emancipazione del lavoro, il movimento si oppose alla politica dei sacrifici e alle ristrutturazioni industriali gridando: «Lavoro zero, reddito intero, tutta la produzione all’automazione». Erano posizioni ben sintetizzate in una canzone molto amata dal movimento, di Gianfranco Manfredi, il cantautore più legato al ‘77: «E si dice: se ci fosse più lavoro, / se il quartiere somigliasse meno a un lager / non farebbe certo il cercatore d’oro / assalendo il fattorino delle paghe / ma è la merce che c’è entrata nei polmoni / e ci dà il suo ritmo di respirazione / il lavoro non ci rende mica buoni / ci fa cose che poi chiamano persone» (Gianfranco Manfredi, Dagli appennini alle bande, 1977).

La collocazione lavorativa non era più considerata fonte di identità, personale e collettiva, ma era vissuta come esperienza transitoria e funzionale solo a ottenere il reddito necessario per soddisfare i propri bisogni. L’obiettivo rivendicato era la realizzazione “qui e ora” dei desideri, rispetto al quale la richiesta di una più larga redistribuzione dei redditi, l’aumento di garanzie e tutele o il miglioramento delle condizioni lavorative erano parziali e strumentali.

Il movimento del ‘77, in questo senso, rese visibile un dato che sociologi e sindacalisti avevano iniziato a segnalare già da qualche tempo: il rapido modificarsi del rapporto tra giovani e lavoro. Fu un fenomeno osservato non solo nei segmenti più periferici del mercato del lavoro, o nei nuovi settori della produzione industriale e del terziario, ma anche nelle cittadelle del lavoro fordista, nelle grandi fabbriche, le roccaforti della tradizione operaia, sulle quali le rappresentazioni delle culture di sinistra si erano modellate.

I nuovi operai, assunti in contemporanea o all’indomani del ‘77, portarono nelle grandi fabbriche del triangolo industriale comportamenti, valori, linguaggi, interessi e bisogni poco componibili con quelli delle precedenti leve. L’abbigliamento anticonformista, il ricorso continuo al gioco e all’ironia, il diffuso assenteismo, la mancanza di interesse verso il sistema della fabbrica, l’ostentazione del proprio privato, la refrattarietà a rispettare le regole, il non riconoscimento di legittimità all’autorità aziendale o alle gerarchie sindacali erano i segni più visibili della rottura; così come la tensione verso la conquista del tempo, assai più che di aumenti salari o di maggiore potere di contrattazione nella fabbrica e nelle relazioni aziendali, e conseguentemente la scarsa importanza attribuita all’impegno lavorativo di contro al grande investimento mentale ed emotivo verso i momenti ricreativi e il tempo libero.

Indipendentemente da quanti dei nuovi operai avessero attivamente partecipato al movimento del ‘77, è innegabile che la nuova leva di tute blu fu profondamente influenzata da quell’esperienza o, quantomeno, espresse attitudini profondamente affini. Fu una rottura profonda, che sottopose a forte tensione le categorie interpretative degli studiosi e, ancora di più, le prassi e le culture più consolidate dell’intervento sindacale e politico: una rottura che non si sarebbe più ricomposta completamente.