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"Abbiamo ancora ragione noi" - Genova, 25 anni dopo

Pino Cacucci, nella prefazione a 30 giugno 1960. La rivolta di Genova nelle parole di chi c'era (2002), ha scritto che «tra la Genova del 1960 e la Genova del luglio scorso [2001] c’è più che un filo, c’è una cima, una gomena, mille legami tra persone che non dimenticano e ricordano le proprie radici per gettare germogli nell’oggi e nel domani, con la chiara coscienza che quella parte più oscura e brutale del genere umano è sempre pronta a scatenarsi quando l’indifferenza glielo permette».
Venticinque anni dopo, quella memoria non vive solo nei murales o nei libri, ma anche nei podcast, un formato che può aiutare a restituire la voce a chi c'era.
Il podcast La Sospensione: Bolzaneto e il G8 25 anni dopo di Amnesty International Italia non si limita a ripercorrere le violazioni dei diritti umani e le successive vicende processuali. Racconta gli obiettivi di quel movimento, le idee che quelle persone portavano in piazza e la sospensione delle garanzie democratiche che lo Stato operò in quelle ore. In quelle sei puntate di circa 50 minuti possiamo ascoltare non solo una buona ricostruzione degli avvenimenti ma anche tante voci: quelle di Elena e Haidi Giuliani, quelle delle persone sopravvissute Anna Kutschkau, Valeria Bruschi e Daniel McQuillan, quelle provenienti dall'ambiente della giustizia ovvero Stefano Bigliazzi, Laura Tartarini ed Emanuele Tambuscio, Roberto Settembre, Patrizia Petruzziello, Vittorio Ranieri Miniati e Enrico Zucca. Ma anche quelle dei giornalisti e attivisti Lorenzo Guadagnucci, Nello Trocchia e Marco Preve, Carlo Bachschmidt (regista di documentari e consulente tecnico dei processi) e Valerio Monteventi, responsabile dell’archivio Lorusso Giuliani.
Il podcast G8 di Genova – Il sangue della ragione di Collettiva sceglie il ritmo della narrazione quotidiana: dodici puntate, una al giorno, come a riprodurre il senso di suspense e di progressiva escalation di quei giorni di luglio. Un podcast breve, pensato sia per chi a Genova non c'era, «una generazione che conosce Genova solo per frammenti, immagini o racconti, ma che vive oggi in un Paese ancora attraversato dalle conseguenze di quei giorni», sia per chi a Genova c'era e offrire così un ulteriore spazio per la creazione di memoria condivisa e di riflessione sul presente.
I due podcast, pur diversi nella forma e nel taglio, condividono una convinzione: che il G8 di Genova non sia un capitolo chiuso.
Come sosteneva l'antropologo David Graeber, il sistema capitalista costringe milioni di persone a dedicare la vita ad azioni su cui non hanno alcun controllo e il cui risultato viene loro sottratto, camuffando questa dinamica con l'illusione dello scambio di merci e adottando un linguaggio fintamente neutrale e razionale, basti vedere i cosiddetti "programmi di aggiustamento strutturale" neoliberisti diffusi negli anni Ottanta e Novanta in Africa e Sud America, che altro non erano se non privatizzazione indiscriminata, la detassazione delle rendite finanziarie e la “deregolamentazione”, una vera e propria "parola-truffa" che in realtà consente pratiche speculative destinate a saturare il mercato di bolle pronte a esplodere. Graeber, che aveva studiato per anni le comunità malgasce, sapeva bene cosa comportava quando istituzioni come l'IMF imponevano “aggiustamenti strutturali”: in Madagascar significò smantellare reti di protezione sociale, migliaia di morti, privatizzare beni comuni, trasformare il debito in strumento di disciplina politica.
A Genova, chi scese in piazza contestava esattamente questo: la riduzione della vita a merce, la delega della politica alla finanza, la violenza delle frontiere, i programmi di “aggiustamento” che avevano devastato interi continenti, e la pretesa che tutto ciò fosse l'unico ordine possibile.
È in questo continuum di lotte – da Seattle a Genova, fino a Occupy e oltre – che vanno collocate le giornate del luglio 2001. Il G8 di Genova non fu un evento isolato, ma il culmine europeo di un movimento globale che contestava la legittimità democratica di organismi sovranazionali non eletti, riuniti a decidere il destino economico del pianeta dietro transenne e muri di protezione. Le idee portate in piazza – ambiente, diritti, lavoro, finanza – erano esattamente quelle che Graeber teorizzò come "pratica di dare valore": azioni collettive che generano un tessuto di esperienza condivisa e orientano il modo in cui produciamo il mondo sociale e culturale.
A 25 anni di distanza, in un'epoca in cui le garanzie democratiche sono nuovamente al centro del dibattito globale, riascoltare quelle voci non è esercizio di nostalgia, ma atto di consapevolezza.

