Finalità

Ogni epoca ha conosciuto forme di protesta, individuale o collettiva - espressioni del dissenso, aperto o celato, consentito o represso - nei confronti di una controparte autoritativa e delle gerarchie del potere. Nella rilevanza sociale del conflitto, il terreno del lavoro costituisce una costante. Come soggetti sociali attivi, le lavoratrici e i lavoratori nel corso della storia hanno costruito diverse strategie rivendicative per migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro, mettendo in discussione rapporti di forza e di potere e ruoli sociali. Queste strategie e risultati hanno finito per riverberare la loro portata progressiva sia in contesti coevi più ampi, sia rispetto alle generazioni successive. 

Il conflitto sociale rappresenta un momento cruciale della vita di ogni società, mostrandone la vitalità e la capacità di costruire spazi di partecipazione. Compito delle istituzioni – attribuito dall’alto o dal basso a seconda del regime politico - sarebbe quello di comprenderne le ragioni profonde e di porvi rimedio. Si possono analizzare i regimi politici, i sistemi istituzionali ed economici attraverso la riflessione sulle strategie che mettono in atto per gestire il conflitto sociale.

Negli ultimi tempi, tuttavia, sta diventando sempre più dominante nel discorso pubblico una rappresentazione del tutto negativa del conflitto, nuovamente narrato come male sociale, che riporta in auge approcci che avevamo creduto ormai consegnati al passato. Oggi, sempre più, le istituzioni sembrano intente a delegittimare il conflitto sociale, restringendo o addirittura reprimendo le sue manifestazioni autonome e le sue forme di espressione, con la grave conseguenza di eludere le motivazioni del malcontento e della sofferenza che l’hanno generato.

Questo gruppo di lavoro nasce in questo clima, dall’esigenza di restituire al conflitto la sua funzione emancipatrice e insieme rivelatrice dell’inadeguatezza delle gerarchie di potere e delle sue istituzioni economiche e politiche. Laddove non vi è conflitto, infatti, vi è solamente una pacificazione forzata e di facciata che rivela in ultima analisi approcci autoritari al governo della società di fronte alla sfida della democrazia sociale e dell’integrazione democratica sostanziale e non solo formale.

Quello della conflittualità rappresenta un tema che da sempre ha suscitato interesse tra gli storici del lavoro. Le ragioni sono naturalmente molteplici, di natura scientifica e politica. Lo studio dei conflitti sociali nei diversi contesti storici e geografici di riferimento, la ricerca sulle forme in cui si esprime la conflittualità, sulle ragioni che muovono gli attori ad ammettere, promuovere e organizzare lo scontro, ovvero le modalità in cui legittimarlo, rivendicarlo, difenderlo, costituiscono un terreno di riflessione storiografica ancora ricco di spunti interessanti e proficui per leggere cambiamenti e trasformazioni sociali, politiche e giuridiche sia nel lungo periodo sia in segmenti storici più circoscritti. Le stesse forme e i repertori del conflitto sono elementi che ci permettono di leggere la concretezza dei rapporti di produzione, delle forme di potere, delle culture delle diverse parti in lotta e i caratteri dell’articolazione sociale e delle soggettività all’opera. 

Attraverso incontri seminariali, letture condivise, giornate di studio, il gruppo di lavoro Conflitti vuole promuovere la discussione intorno a questo tema cruciale, nelle sue diverse declinazioni: il conflitto che vede confrontarsi i lavoratori con i datori di lavoro e l’autorità politica; il passaggio dal conflitto individuale a quello collettivo; le forme carsiche e le forme manifeste del conflitto, a seconda del campo di possibilità proprio di ogni contesto politico e sociale; le forme di conflitto orizzontale tra lavoratori e/o sulle linee di genere ed etnicità. Le domande e le prospettive possono moltiplicarsi al di là di questo primo elenco, che non vuole essere esaustivo.