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Settembre, andiamo (è tempo di riformare…). Per uno sguardo organico alla riforma degli Istituti tecnici

Chiara Martinelli

Settembre 2026

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Settembre, andiamo. È tempo di riformare. Può essere riformulato così l’incipit de “I miei pastori” di Gabriele d’Annunzio, allorché sempre più pressante è divenuto l’interesse governativo verso la scuola. Generalmente parlando, l’attenzione delle classi politiche verso le istituzioni educative, la loro organizzazione, la loro strutturazione, deve essere giudicato positivamente, in quanto evidenzia una qual certa capacità prospettica di investire tempo ed energie nei giovani. Sicuramente, indica il modello di società che un governo, nel definire una sua propria riforma scolastica, ha in mente: cambiare la struttura educativa e di apprendimento disciplinare, infatti, implica riformare anche i futuri che le nuove generazioni riterranno pensabili e, perciò stesso, applicabili.
Una domanda, dopo questo ragionamento, sorge perciò spontanea: a quale tipo di futuro le attuali riforme sembrano preludere? La risposta impone uno sguardo complessivo a tutte le misure attuate dal governo. Partiamo quindi dal marzo 2025, con la pubblicazione delle bozze per le Indicazioni Nazionali per il primo ciclo. Suscita scalpore la presenza – sia pure per poche ore a settimana – del latino. La sua introduzione è stata presentata come un asset soprattutto per gli studenti stranieri, in quanto dovrebbe aiutarli a comprendere meglio le strutture della lingua italiana, e quindi, a integrarsi. È un pensiero tendenzialmente condivisibile: sarebbe stato sicuramente d’accordo l’intellettuale comunista Concetto Marchesi, fautore tra gli anni Quaranta e Cinquanta di una scuola media con il latino, per non parlare del giovane Gramsci, che nel 1917 appoggiava apertamente questa possibilità. 
Sarebbero stati d’accordo, dicevamo. A un patto, però: che il latino fosse una disciplina obbligatoria per tutti, dal primo al terzo anno di scuola media. Ma il latino non sarà obbligatorio; sarà opzionale. È quest’ultimo un aspetto di primaria importanza, che stranamente non è stato dibattuto dalla stampa nazionale. E qui emerge un’altra domanda: chi sceglierà di studiare il latino? Proviamo a rispondere, guardando indietro nel tempo. Nella scuola media unica del 1962 il latino, obbligatorio in seconda media, poteva essere abbandonato in terza da chi sapeva che non si sarebbe iscritto nella scuola per eccellenza delle élite dirigenti – il liceo classico, che proprio l’attestato dell’esame di latino richiedeva per l’iscrizione. Andiamo ancora più indietro nel tempo: dal 1940 al 1962, per i ragazzi tra gli 11 e i 14 anni il latino era sicuramente una disciplina facoltativa. Questo però accadeva in quanto il latino veniva impartito in una sola tra le due scuole post-elementari esistenti: la scuola media, l’unica che garantiva ai suoi iscritti la possibilità di proseguire gli studi negli Istituti tecnici, ai licei e all’Università. Chi non poteva permettersi libri, dizionari, la possibilità di chiamare un insegnante privato in caso di difficoltà, evitava la scuola media con il latino e andava alla scuola di avviamento professionale. Ed era comunque fortunato: perché la maggioranza dei ragazzi italiani – il 75% della popolazione tra gli 11 e i 14 anni, secondo una statistica del 1958 di Lamberto Borghi – dopo la quinta elementare andava a lavorare, in barba all’articolo 34 della Costituzione e ai suoi almeno otto anni di scuola obbligatoria e gratuita. 
E dunque: chi sceglierà il latino? Non essendo futurologi, non abbiamo una risposta. Però possiamo fare qualche supposizione: e pensare che ai corsi di latino si iscriveranno soprattutto quegli undicenni le cui famiglie avranno la certezza di potersi permettere un percorso liceale e universitario, mentre non vi aderiranno quei nuclei che non sapranno se potranno investire ancora per così tanti anni nella formazione del proprio figlio/a. La mancata frequenza delle lezioni di latino non impedirà, è vero, l’iscrizione al liceo classico o al liceo scientifico; ma è pur sempre vero che la mancata consuetudine con declinazioni e coniugazioni tra compagni che ne saranno già edotti, costituirà un ostacolo psicologico e scolastico di indubbia potenza. La scelta del percorso, perciò, verrebbe a essere retrodatata dai quattordici agli undici anni, in maniera simile a quanto avveniva nel 1962.
Ma le nostre sono solo congetture. Passiamo quindi ad analizzare la riforma del “4+2”, che entrerà in vigore dall’anno scolastico 2026/27. Con questa misura, il Ministero dell’Istruzione e del Merito (in seguito MIM) istituirà dei percorsi di sperimentazione quadriennali nell’istruzione secondaria tecnica e professionale, collegati ai bienni degli Istituti Tecnici Superiori o ITS Academy: da questa connessione deriva l’abbreviazione “4+2” – quattro anni di istruzione secondaria a cui devono essere aggiunti i due anni di specializzazione degli ITS. Com’è affermato (non del tutto chiaramente) dal comma 2 dell’articolo 1 della Legge 8 Agosto 2024, n. 121, i percorsi quadriennali si concluderanno con un Esame di Stato: “Salvo quanto previsto dal comma 5 del presente articolo [che si riferisce agli IeFP: n.d.A.], restano ferme le disposizioni vigenti in materia di esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione e di rilascio dei titoli di studio finali”. 
Restano però aperti alcuni altri interrogativi. Quanto dovranno essere modificati i programmi del percorso quadriennale per rendere l’esame di stato accessibile (e fattibile) un anno prima del previsto? Cosa dovrà essere tagliato? Quanto andranno a incidere tali tagli sulla preparazione culturale complessiva dei diplomati quadriennali? Quanto, infine, sarà percepibile il divario tra gli ex-studenti dei percorsi sperimentali e i liceali una volta che, tutti iscritti all’Università, condivideranno gli stessi banchi, le stesse aule, le stesse lezioni? Il sistema sarà dunque congeniato per indurre, i diplomati quadriennali, sia pur informalmente e senza divieti espliciti, ad abbandonare o a preferire gli Istituti Tecnici Superiori biennali? Ma anche queste sono domande che riguardano il futuro; anche su ciò, dunque, continuiamo a non avere una risposta univoca.
Su alcune questioni, tuttavia, possiamo addentrarci maggiormente. Per farlo, dobbiamo guardare alla recente riforma dei quadri orari degli Istituti tecnici, investiti dal decreto n. 29 del 19 febbraio 2026. Ed evidente risalta la riduzione drastica delle ore dedicate alle “Scienze sperimentali”, che corrispondono a Fisica, Chimica, Biologia e Scienze della Terra. Fino ad adesso, erano insegnate per sei ore alla settimana nel primo anno, e per altrettante sei al secondo anno, per un totale di dodici ore nell’intero biennio. Dall’anno prossimo saranno insegnate per sole nove ore nel biennio. Perché ridurre proprio quelle discipline scientifiche, che, almeno a parole, il governo dichiara di voler potenziare nell’ambito dei “programmi STEM” (ovvero delle discipline scientifiche e tecnologiche)? E a favore di quali aree viene ridotto il loro peso? Uno sguardo ai nuovi programmi consente un’immediata risposta. La disciplina di indirizzo, che, fino ad adesso, con il nome di “STA” (Sistemi e Tecnologie Applicate), era presente per tre ore nella sola seconda, con i nuovi programmi sarà appresa per sei ore nell’intero biennio. Sembra dunque che la preparazione di base, fino ad adesso presidiata da un buon numero di ore destinate alla cultura scientifica, venga dimidiata a favore di un’immediata specializzazione, funzionale a un rapido (quanto indolore) ingresso nel mercato del lavoro. Non bisogna dimenticare però che il biennio delle superiori è tutto ancora all’interno dell’obbligo d’istruzione dedicato alla preparazione culturale di base. Incidere su di essa, limitandola, rischia di condizionare il diritto futuro a cogliere il più ampio ventaglio di opportunità formative. 
Sono modifiche che sembrano avvicinare gli Istituti tecnici agli Istituti professionali, rendendo dunque assai labili i confini tra queste due scuole. Ma, soprattutto, induce a qualche riflessione sul piano storico che forse è bene condividere. Dal 1860, gli Istituti Tecnici hanno costituito uno snodo fondamentale per la mobilità sociale in Italia. La Legge Casati li aveva relegati al ruolo modesto di scuole per piccoli traffici e impieghi; con il tempo, erano riusciti a ritagliarsi altri compiti e altre funzioni. Frequentare dopo la scuola elementare la scuola triennale senza latino, e quindi l’Istituto tecnico, quadriennale, sempre senza latino, consentì già alla fine dell’Ottocento a tanti studenti di condizione modesta non solo di emanciparsi dalle loro condizioni economiche, ma anche di poter aspirare, in alcuni casi, a frequentare la facoltà di Ingegneria, e quindi a laurearsi senza affrontare le forche caudine delle lingue classiche. Non era un caso che, già all’inizio del XX secolo, scuole e istituti tecnici fossero stati bollati come una “fabbrica di spostati” da intellettuali e politici timorosi delle ricadute che l’ascesa sociale delle classi medio-basse avrebbe potuto imprimere sulla società. E non era un caso che il primo pensiero di Giovanni Gentile, una volta nominato Ministro dell’Istruzione Pubblica nel 1922, fosse stato quello di “depotenziare” la funzione socialmente emancipatrice di quel segmento scolastico, chiudendo le scuole tecniche e imponendo lo studio del latino agli iscritti ai nuovi Istituti tecnici inferiori. 
Solo nel 1962, con la scuola media unica, questa situazione sarebbe cambiata, posticipando la scelta di indirizzo al compimento dell’obbligo d’istruzione e trasformando nuovamente gli Istituti tecnici superiori in uno degli snodi più importanti per l’ascesa sociale delle classi medio-basse. Non a caso professionali e tecnici negli ultimi decenni del secolo scorso rappresentavano mediamente i due terzi e più degli studenti frequentanti l’istruzione secondaria superiore, fenomeno sostenuto dalla liberalizzazione degli accessi universitari nel 1969 che per certi versi la riforma attuale sembrerebbe voler in qualche misura ostacolare.
Ed ecco che depotenziare il bagaglio culturale di queste scuole, avvicinarli agli studi professionali, se non deve essere considerato tout court come un voluto attacco ai meccanismi di mobilità sociale, certo può essere giudicato come un atto potenzialmente miope e problematico. Congiuntamente all’introduzione del latino come disciplina facoltativa, ma anche alla sperimentazione del “4+2”, la riforma degli Istituti tecnici sembra suggerire un modello di società chiusa, restia alla mobilità sociale, tendente ad ascrivere le lacune del sistema sulle spalle dei singoli e delle loro presunte mancanze intellettive e perciò ricorrendo a un mal inteso concetto di meritocrazia. 
Ma la meritocrazia non è il merito. Il merito valutato dalla meritocrazia non è un attributo del soggetto, ma piuttosto un profilo attribuito dalla struttura, dalle sue gerarchie valutative e culturali, dalla sua capacità di orientamento, in generale dalle dinamiche sociali. E certamente – in ogni caso – suona difficile poter valutare il merito in un contesto socialmente frastagliato, in cui la linea di partenza, per alcuni, è a cinque metri dal traguardo, per altri, a cinque chilometri, per altri ancora, a cinquecento. E quindi, cosa fare? Forse la soluzione, oggi come allora, è nella scuola. È nella scuola nel senso che ci vuole più scuola: più tempo scuola alle medie così come più tempo scuola agli istituti tecnici e professionali, che maggiormente ne avrebbero bisogno per i loro studenti. Negli anni Settanta-Ottanta le scuole elementari a tempo pieno divennero il simbolo di una politica che davvero mirava a “rimuovere gli ostacoli” delle classi sociali più basse. Con la diffusione dell’istruzione secondaria di massa, è tempo che la scuola a tempo pieno si diffonda tra le secondarie di primo grado e che venga istituzionalizzata anche per le secondarie di secondo grado: dare più scuola – e più scuola obbligatoria –, più attività culturali, rafforzare le capacità critiche e di approfondimento significa infatti mettersi veramente a disposizione dei “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi”. Ma mettersi a loro disposizione vuol dire avere i mezzi per attività scolastiche di almeno sette, otto ore al giorno; non le misere cinque – sei a cui siamo abituati. “Coll’orario che fate la scuola è guerra ai poveri”: ancora adesso, le parole di don Milani non potrebbero, ahimé, essere più vere, e più sensate.

Riferimenti bibliografici

Lamberto Borghi, Educazione e scuola nell’Italia d’oggi, Firenze, La Nuova Italia, 1958.

Monica Galfré, Tutti a scuola! L’istruzione nell’Italia del Novecento, Carocci, Milano, 2019.

Stefano Oliviero, La scuola media unica: un accidentato iter legislativo, CET, Firenze, 2007.

Pasquale Terracciano, “I capaci e i meritevoli”: storia filosofica del merito, Marsilio, Venezia, 2025.

Valeria Viola, Il segreto della ricchezza degli altri paesi è la scienza, è l’istruzione tecnica. Percorsi di formazione tecnica e professionale nell’Italia dell’Ottocento, Lecce, PensaMultimedia, 2016.