Ritmi di Lavoro 4

Il prezzo della controcultura: centri sociali, musica e lavoro negli anni Novanta

Alessandro Barile, Brenda Fedi

 

Giugno 2026

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Introduzione

Spesso l’Italia del Novecento ha funzionato da laboratorio per la sinistra internazionale. Il partito comunista di Togliatti non era solo, retoricamente, “il più grande dell’Occidente” (o il più forte?) ma anche un modello funzionale di fedeltà e indipendenza, dal Cominform all’eurocomunismo. Negli anni Settanta, la nuova sinistra italiana trasformò l’effervescenza culturale dei global sixties e l’esplosione del maggio francese in un lungo decennio di scontro politico, radicato e furioso, a cui guardò con stupore tutta Europa e non solo. Al declinare del secolo, nel fatidico decennio rinchiuso tra il crollo del sistema sovietico e l’11 settembre 2001, il fisiologico esaurimento delle culture politiche prodotte dalla guerra fredda influenzò l’intero quadro ideologico e istituzionale, conducendo alla nascita di nuove famiglie politiche e differenti tensioni culturali. Dentro questa fermentazione la mobilitazione di sinistra, sopravvissuta al ridimensionamento degli anni Ottanta, troverà una nuova capacità d’attivazione – anzi una vera e propria (e inaspettata) rinascita – tramite il “centro sociale”, anzi: per mezzo del ciclo d’espansione di questo caratteristico e molto “locale” luogo della partecipazione non convenzionale. Gli anni tra il movimento studentesco della Pantera (1990) e le manifestazioni contro il G8 di Genova (luglio 2001) – oltre a identificare una cornice cronologica e interpretativa alternativa e “dal basso” della partecipazione politica non convenzionale – costituiscono l’ulteriore, e forse ultimo, episodio di questa “vocazione laboratoriale” della sinistra in Italia. 

Il radicamento territoriale dei centri sociali

Il centro sociale come luogo di radicamento politico-sociale ha storia antica, originandosi alla metà degli anni Settanta ai margini dell’area dell’autonomia operaia milanese. Costituiva, di fatto, una sorta di “intercapedine” tra le rigide regole della militanza politica dell’area autonoma e la dimensione del “controculturale” tipica di quegli anni e della generazione del Settantasette. È andato incontro a più fasi evolutive – trasformandosi nel corso degli anni Ottanta in una sorta di “ghetto di resistenza” dedito soprattutto (ma non esclusivamente certo) alla sperimentazione controculturale: la lunga traversata del deserto vedrà il centro sociale diminuire la sua attitudine politica per divenire spazio di socialità, luogo dell’autoproduzione musicale, centro di lotta all’eroina e di recupero attivo dalla tossicodipendenza, territorio autogovernato dove immaginare nuovi codici comunicativi soprattutto non-mercificati. Questa storia di resistenza e di isolamento trova il suo turning point con la resistenza allo sgombero del Leoncavallo (agosto 1989) e il movimento studentesco della Pantera. È storia ormai raccontata, al cui fondo vi è la rinnovata politicizzazione che però, a questa altezza cronologica (la prima metà dei Novanta), si muove dentro quei codici culturali nel frattempo triturati dalla fine anticipata del secolo breve e rimodellati attraverso le istanze politico-culturali della lotta tra berlusconismo e antiberlusconismo. Gli anni Novanta sono anche quelli di un nuovo protagonismo della società civile, ormai libero dagli stringenti vincoli della competizione ideologica, che alimenteranno la cosiddetta “primavera di Palermo”, una rinnovata dimensione etica della lotta alla mafia, e poco dopo la stagione dei sindaci (1993) con l’elezione diretta di Cacciari, Rutelli e Bassolino a conferma della vivacità della nuova fase: tutto questo interagirà e modellerà una diversa forma del fare politica anche dentro quei movimenti che, mutando di pelle rispetto al “lungo Sessantotto”, nondimeno proveranno a inserirsi nel rinnovamento del quadro politico più generale. 

Questa possibilità divenne concreta grazie alla capacità di radicamento sociale-territoriale che i centri sociali seppero organizzare, nonché al carattere vertenziale-conflittuale che esprimeva il nuovo stare al mondo di questa sinistra post ideologica. I centri sociali – di qualsiasi derivazione politica – seppero interpretare e agire dentro l’originale centralità del territorio che scaturiva dalla riconversione post fordista, divenendo erogatori informali di servizi del più vario tipo: dalle case occupate alle palestre popolari, dalle trattorie ai corsi di italiano per stranieri, dai centri di assistenza fiscale ai doposcuola per ragazzi. Una variopinta distribuzione di welfare dal basso, che rispose all’incipiente ritirata di quello statale, vittima delle riforme in senso liberista tipiche del decennio segnato da Maastricht e dalla furia privatizzante. Il nuovo radicamento, e quindi la rilegittimazione della mobilitazione di sinistra, sarebbe passata attraverso questa fisionomia al confine tra casa del popolo e sindacato del territorio. 

Conflitto sociale, welfare e reddito

Questa dimensione vertenziale-sindacale dell’azione politica, dismettendo le precedenti caratteristiche tipiche dell’intervento di classe, riconnetteva le istanze della politica “di movimento” con quelle della cittadinanza locale, costruendo quello spazio di possibilità del conflitto che veniva anch’esso rilegittimato proprio in quanto claim territoriale-urbano. La lotta, anche conflittuale – pur nella sua dimensione latamente simbolica e vertenziale – diveniva rappresentanza del territorio, della periferia metropolitana. Tutto questo avrebbe inciso nell’evoluzione del “movimento dei centri sociali” – necessariamente tra virgolette perché mai codificato formalmente. La conflittualità, espunta dalla pacificazione degli anni Ottanta, ritornava a disposizione dei movimenti, della loro cassetta degli attrezzi, non più in contraddizione con la costruzione del consenso e anzi stabilendo con esso una rinvigorente sinergia. Era una conflittualità contrattata, abilmente amministrata e protetta da chi usciva da poco da una condizione introiettata di isolamento, ed era una delle “espressioni del fare” tipiche di questo movimento sui generis: un movimento molto pragmatico e poco ideologico, che incedeva testando empiricamente il proprio crescere su se stesso attraverso parole d’ordine (al posto della proposta teoricamente fondata) e posizionamenti etico-culturali in linea con la protesta contro la globalizzazione neoliberista che caratterizzerà la seconda metà del decennio e che culminerà a Genova. 

I centri sociali si caratterizzarono – e pensarono sé stessi – come isole di buona società, dove il confine tra socialità e azione politica scoloriva: la socialità (il concerto, la birreria, il cineforum, la palestra, la trattoria popolare, semplicemente lo stare insieme) si condensava di significati politici, mentre la proiezione politica si strutturava nelle forme dell’agire sociale, compenetrandosi. Alla militanza sacrificale (tipica degli anni Settanta) succedeva la buona vita qui e ora, nelle reti autogestite dell’assemblea d’occupazione. In questa piccola società temporaneamente liberata dalle fredde logiche della valorizzazione proprietaria, anche il lavoro diveniva parte di questa relazione sociale. I centri sociali divenivano erogatori, oltre che di welfare atipico, anche di reddito, attraverso lavori e lavoretti creati proprio nell’informalità assistenziale dei servizi rivolti al quartiere. Le cucine, le sale prova e di registrazione, le ciclofficine, i corsi di recupero per studenti, generarono a loro volta cuochi, tecnici del suono, docenti, videomaker, assistenti fiscali e operatori sociali, a metà tra improvvisazione e professionalizzazione indipendente. Non per caso, il mondo dei centri sociali fu subito animato da quel “popolo delle partite iva” che rappresentò una delle conseguenze della riconversione produttiva dalla concentrazione industriale all’economia dei servizi e del terzo settore. Lavoratori autonomi e lavoratori informali, accomunati nella dimensione della precarietà, si incontrarono naturalmente, perché spesso erano proprio la stessa persona: di giorno alla ricerca di clienti commerciali, di sera al servizio dello spazio collettivo. Di qui le potenzialità enormi di interrelazione con un pezzo reale di società italiana in via di riconfigurazione lavorativa; ma di qui anche le contraddizioni immediatamente percepibili di chi spingeva per fare dello spazio occupato una spregiudicata “impresa sociale”. Le polemiche culminarono nel famigerato (e mai realizzato) “convegno di Arezzo” del 1995, da cui scaturì un sintomatico dibattito sulle colonne del manifesto. Il lavoro indipendente, l’autoreddito, la forma cooperativa, il riconoscimento pubblico e formale di queste esperienze anche in chiave lavorativa, costituirono uno dei passaggi decisivi di questa esperienza, che portò a riconoscimenti informali (per tramite, ad esempio, della delibera 26 a Roma) un po’ ovunque: non sanati, ma tollerati, una parte di questi centri sociali si ramificò nella penisola anche grazie all’ibridazione virtuosa con i servizi comunali, le “agenzie diritti”, gli assessorati alle politiche sociali, almeno nelle giunte caratterizzate da sindacature progressiste. 

L’autoproduzione musicale tra militanza e lavoro

Sebbene, dunque, i centri sociali degli anni Novanta si configurassero su più livelli come spazi informali di produzione di reddito e di competenze, è soprattutto nel campo della produzione musicale che questa dinamica si manifesta con maggiore evidenza e con un elevato livello di conflittualità. Tra le forme di professionalizzazione che i centri sociali alimentano nel corso del decennio, quella legata alla produzione musicale occupa infatti una posizione centrale. Non soltanto per il suo peso nell’economia interna degli spazi occupati ma perché, come si è accennato, riguarda un ambito nel quale i centri sociali avevano storicamente sperimentato un’egemonia: la produzione di controcultura. Se infatti per tutti gli anni Ottanta erano stati i principali motori dello sviluppo e della diffusione del punk e dell’hardcore italiano, a inizio Novanta sono di nuovo i luoghi della sperimentazione musicale, protagonisti della stagione delle posse e della nascita del rap politico in italiano. Un genere musicale che lungo tutto il decennio Novanta dà voce ai linguaggi della nuova politica dei movimenti. Ma è proprio in questa nuova fase che esplodono le contraddizioni che investono direttamente la definizione stessa di lavoro: l’autoproduzione musicale è militanza, tempo liberato o può diventare un lavoro a tutti gli effetti?

La pratica dell’autoproduzione discografica, ereditata dalla cultura punk di fine anni Settanta, era arrivata nei centri sociali già carica di una precisa consapevolezza politica. Il “do it yourself” nasceva come pretesa di autonomia nell’espressione artistica e, insieme, come una presa di posizione contro il mercato discografico mainstream: produrre e distribuire musica al di fuori (e contro) le major discografiche significava affermare, sul terreno culturale, la stessa autonomia che la pratica di occupazione rivendicava nello spazio urbano. Negli anni Ottanta questa postura si era irrigidita in un vero e proprio rifiuto – si parla di volontaria “sottrazione” dal mercato e dalla società – che aveva trasformato l’autoproduzione in condizione necessaria per l’esistenza stessa dei circuiti musicali alternativi. I centri sociali si identificavano, dunque, non solo come i principali luoghi di fruizione controculturale, ma sempre di più come infrastrutture produttive a tutti gli effetti. Sale prova, studi di registrazione artigianali e circuiti di distribuzione informali funzionavano insieme come risorse collettive e come dispositivi di formazione, capaci di produrre competenze tecniche durevoli ben oltre il tempo della militanza.

Dall’inizio degli anni Novanta, tuttavia, questo precario equilibrio entra in crisi. La crescita dei centri sociali, la loro nuova centralità nel panorama metropolitano e l’apertura (spesso ambigua e mai definita) al dialogo con le istituzioni locali rendono improvvisamente insufficiente la grammatica politica dell’autoproduzione così come era stata costruita nel decennio precedente. Se l’autoproduzione non è più marginale, se i suoi prodotti circolano con volumi non trascurabili e raggiungono pubblici relativamente ampi, allora diventa difficile continuare a pensare il lavoro che la sostiene come non-lavoro. La questione, fino a quel momento aggirata, comincia ad imporsi in tutta la sua evidenza.

Il dibattito che attraversa l’intero decennio si struttura puntualmente attorno a questo nodo, trovando momenti di particolare intensità sulle pagine della rivista DeriveApprodi, soprattutto nel numero del 1995 dedicato alle “musiche non ortodosse”, e nella riunione-discussione del Grande Raccordo Autoproduzioni al Forte Prenestino nell’aprile 1996. Da un lato, esperienze come la Lega dei Furiosi, nata nel 1990 come catalogo collettivo di autoproduzioni, rivendicano con coerenza una posizione antieconomica: ciò che viene prodotto nei circuiti antagonisti non deve diventare lavoro, né fonte di reddito. È una scelta politicamente chiara, ma che rivela immediatamente tutta la sua fragilità materiale. Relegata al tempo libero dal lavoro salariato, l’autoproduzione finisce per essere una pratica elitaria – accessibile solo a chi dispone di tempo e risorse – e destinata ad esaurirsi non appena l’impegno militante (non più immersivo e intensivo) si scontra con le necessità della riproduzione individuale. Dall’altro lato prende forma una linea diversa, che assume le trasformazioni materiali in corso come punto di partenza e interpreta l’autoproduzione come una forma di lavoro a tutti gli effetti, e dunque come attività in grado di garantire un reddito. «Uscire dalla spirale della precarietà», come si legge nella pubblicazione successiva al dibattito del Grande Raccordo Autoproduzioni, diventa allora un obiettivo esplicito. È su questa scia che da un lato si consolida quel processo di professionalizzazione destinato a lasciare tracce durature, dall’altro si formalizzano alcune di queste esperienze.

Etichette indipendenti e circuiti alternativi

Il caso delle etichette indipendenti nate in questo contesto è particolarmente rivelatore. Sebbene una prima esplosione del fenomeno della produzione musicale indipendente si nota a fin dagli anni Settanta (Cramps, Attack Punk Records, Contempo Records, Materiali Sonori), a partire dall’inizio degli anni Novanta, nascono nuove esperienze che assumono progressivamente i tratti di microimprese culturali, pur mantenendo un forte radicamento nei circuiti dei centri sociali. Il riferimento esplicito è quello delle etichette hardcore statunitensi che nel corso degli anni Ottanta avevano costruito modelli stabili di produzione e distribuzione indipendente, dimostrando che era possibile sottrarsi al controllo delle major senza rinunciare ad una certa sostenibilità economica. Realtà come Dischord Records, Epitaph Records o Alternative Tentacles avevano infatti sviluppato reti transnazionali efficienti, capaci di reggere su scala non più puramente locale. Ma è proprio nel confronto con questo modello che emergono i limiti del contesto italiano. Il mercato discografico nazionale, più ristretto e meno strutturato, non consente un analogo consolidamento. Le etichette indipendenti politicizzate italiane restano per lo più realtà fragili, incapaci di imporre su larga scala le proprie modalità operative. Ne deriva una costellazione di organizzazioni che adottano la forma e gli strumenti della piccola impresa ma che si collocano esplicitamente in una posizione di distanza – politica e culturale – rispetto alla berlusconiana retorica dell’imprenditorialità.

Il vero punto critico resta la distribuzione. Più ancora della produzione, è la circolazione dei materiali a rivelare la debolezza strutturale del circuito alternativo. I tentativi di coordinamento su scala nazionale – dalla Cordata per l’autogestione al Grande Raccordo Autoproduzioni – si scontrano con un limite ricorrente: l’assenza di una base economica in grado di sostenere lavoro continuativo e retribuito. Senza questa infrastruttura, la rete tende progressivamente e inevitabilmente a disfarsi. Alcuni gruppi nati nei centri sociali (dagli Assalti Frontali ai 99 Posse) riescono a costruire una circolazione significativa nei circuiti di movimento, ma incontrano difficoltà evidenti nel trasformarla in una distribuzione stabile e capillare senza appoggiarsi, almeno in parte, a strutture mainstream.

Resta così irrisolta la tensione tra militanza e lavoro, tra autonomia e sostenibilità, che attraversa l’intera esperienza dei centri sociali negli anni Novanta. Una tensione che anticipa già molte delle contraddizioni che segneranno il lavoro culturale e creativo nei decenni successivi. I sogni (e gli abbagli) di autonomia culturale si intrecciano con la precarietà materiale e con i limiti dell’informalità, mentre il confine tra impegno politico e attività economica si fa sempre più mobile e difficile da definire.

Come si è visto, questa tensione tra mainstream/underground – e, in senso allargato, tra istituzionalizzato/informale – non resta certo confinata al terreno della produzione culturale, ma attraversa l’intero sviluppo del movimento, incidendo direttamente sulle forme della sua espansione, sulle modalità del rapporto con le istituzioni e, più in generale, sulla sua crescente centralità nello spazio politico degli anni Novanta. 

Conclusioni

Ovviamente lo scontro tra regolarizzazione e istituzionalizzazione, tra attivismo e lavoro, tra autoproduzione e mercato, scatenò una dispersione dell’unitarietà del “movimento”, le polemiche tra le rinnovate forme dell’apocalisse e dell’integrazione, per citare Eco, furono come prevedibile esasperate. Nondimeno, proprio sulla scorta di questa (piccola) potenza politico-sociale alimentata anche dalla sinergia con le istituzioni locali, il “movimento” dei centri sociali raccolse una forza crescente, in grado di dialogare con quelle porzioni dell’antiberlusconismo al confine e dentro i partiti dei Verdi, di Rifondazione comunista e in alcuni casi anche dei Democratici di sinistra. Tutto questo spiega la dimensione e la centralità delle proteste di Genova del 2001: un evento globale, ma che si collocava dentro un contesto nazionale denso di partecipazione e di organizzazione, capillare e conflittuale al tempo stesso, che avrebbe fatto del movimento no global italiano un episodio a sé stante della mobilitazione internazionale. E nonostante Genova, questo nuovo modulo della politica dei movimenti sopravvisse alla sconfitta del G8 e alimentò le forme della mobilitazione nel decennio successivo e fino all’Onda del 2008-2009. 

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