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CFA - Racial Uplift and Political Struggles in Slave and Post-Slave Societies (scadenza 1 dicembre 2026)

Il numero speciale di Slaveries & Post-Slaveries, “Racial Uplift and Political Struggles in Slave and Post-Slave Societies”, invita contributi sulle ideologie e pratiche di racial uplift dalla fine del Settecento a oggi, con particolare attenzione alle loro ambivalenze, alle differenze di classe e genere e al rapporto tra dignità, riconoscimento e redistribuzione. Sono particolarmente incoraggiate prospettive comparative e casi al di fuori degli Stati Uniti. Scadenza per l’invio delle proposte: 1 dicembre 2026.

La rivista Slaveries & Post-Slaveries ricerca contributi per il numero 17 (primavera 2018), il cui titolo provvisorio è “Racial Uplift and Political Struggles in Slave and Post-Slave Societies”.

Le proposte di abstract per gli articoli, della lunghezza massima di 5.000 caratteri (bibliografia esclusa), dovranno inoltre includere nome e affiliazione istituzionale, nonché una breve nota biografica e bibliografica. Dovranno essere inviate al comitato editoriale della rivista (ciresc.redaction@cnrs.fr) entro il 1 dicembre 2026. Il calendario dettagliato è riportato nel testo del bando.

Tema del numero

Ciò che in inglese viene definito racial uplift può essere tradotto in francese come “élévation de la race”. Senza indicare sempre esattamente lo stesso fenomeno, tra le nozioni affini troviamo la respectability politics (Higginbotham 1993), il racial advancement, la racial reform o moral reform, il self-help e persino la uplift suasion (Kendi 2016). Queste ideologie politiche condividono un obiettivo comune: promuovere il miglioramento o l’avanzamento di un gruppo razzializzato — e pertanto stigmatizzato — attraverso un insieme di pratiche volte a resistere all’oppressione razziale elevando sia l’individuo sia il gruppo, in un movimento ascendente verso l’uguaglianza razziale e la giustizia democratica (Gaines 1996).

In termini generali, le ideologie del racial uplift propongono una duplice strategia (Martin-Breteau 2024). All’interno della comunità, mirano a rafforzare l’autostima e l’orgoglio razziale e, più in generale, la fiducia in sé stessi, come strumenti per proteggere gli individui dall’abiezione imposta dall’ordine sociale. L’obiettivo è trasformare le disposizioni negative interiorizzate attraverso il contatto con una società violentemente ostile e costruire la sicurezza interiore necessaria a superare il disprezzo sociale, incoraggiare un’azione coraggiosa e conseguire la giustizia. In questo primo senso, il racial uplift costituisce una politica della dignità.

All’esterno della comunità, le ideologie del racial uplift mirano invece a rovesciare i “pregiudizi” razziali, vale a dire le rappresentazioni degradanti che il gruppo dominante — il più delle volte razzializzato come bianco — mantiene nei confronti di coloro che sono considerati non bianchi. Da questo punto di vista, il racial uplift costituisce una lotta simbolica per il riconoscimento (Honneth 1995; Lamont 2023), che cerca di imporre rappresentazioni positive delle persone non bianche contro le falsità delle rappresentazioni sociali dominanti. In questo secondo senso, il racial uplift costituisce una politica della verità.

Da una prospettiva storica, le diverse ideologie del racial uplift si svilupparono dunque attraverso un duplice movimento di protezione sociale e protesta politica. Contrariamente a un assunto diffuso, esse non emersero alla fine del XIX secolo. Sembrano invece essere state sistematizzate tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo nel quadro dell’istituzione schiavista, in particolare negli Stati Uniti e nei Caraibi (Cooper 1972; Gaines 1993; Rael 2002).

Negli Stati Uniti, queste ideologie esercitarono la loro maggiore influenza nei periodi di intensificazione dell’oppressione razziale: al culmine della schiavitù razziale (1830–1860) e, dopo l’abolizione del 1865, durante l’istituzione della segregazione razziale (1880–1920) (Brooks 2017). Ciononostante, esse continuano a essere rilevanti ancora oggi (Blume Oeur 2018).

Da un punto di vista geografico, le tattiche di racial uplift sono state studiate soprattutto nel contesto della società statunitense — una sproporzione nella produzione scientifica che potrebbe far pensare a una loro marginalità altrove. Tuttavia, nei Caraibi queste ideologie assunsero anch’esse la forma di tattiche più o meno sistematizzate, attraverso ciò che McGraw definisce “recognition work”.

Queste ideologie e pratiche di auto-elevazione circolarono infatti attraverso l’Atlantico nero e oltre. La circolazione dei valori e delle idee della Rivoluzione haitiana, per esempio, contribuì alla diffusione di alcune forme di racial uplift (Byrd 2019; Alexander 2022). Analogamente, la Universal Negro Improvement Association, fondata da Marcus Garvey, originario della Giamaica, divenne la più grande organizzazione politica nera dell’inizio del XX secolo, con una presenza in tutto il mondo atlantico e un progetto incentrato sul “miglioramento” (improvement) della popolazione nera (Stephens & Ewing 2026).

Da una prospettiva sociologica, infine, le ideologie del racial uplift furono inizialmente promosse dalle élite politiche, economiche e culturali del mondo nero, che cercavano di “guidare” le proprie comunità lungo il cammino verso l’uguaglianza e la giustizia. Coloro che W. E. B. Du Bois definì il Talented Tenth, e che sono stati descritti anche come “aristocratici di colore” (Gatewood 1990), furono infatti i principali sostenitori di queste “strategie di equalizzazione” (Lamont & Fleming 2005) tra élite nere e bianche.

Nei Caraibi, questi movimenti vengono talvolta definiti elite reform o middle-class nationalism. Nel quadro del movimento riformista ottocentesco nel mondo atlantico anglofono, le donne nere e le loro organizzazioni politiche svolsero un ruolo centrale nella promozione di queste ideologie (Giddings 1984; Higginbotham 1993; Wolcott 1997; 2001; Parker 2016; Cooper 2017; Pavlevitch 2022).

Fino a oggi, queste ideologie hanno riguardato non soltanto le persone nere, ma anche altri gruppi razzializzati, comprese le popolazioni percepite come arabe/musulmane o asiatiche (Jun 2011; Dazey 2021b).

Queste ideologie cercavano di migliorare la condizione collettiva della comunità attraverso pratiche sociali orientate a una triplice perfezione morale, intellettuale e fisica. Proponevano un ideale di eccellenza che incoraggiava gli individui a migliorarsi lungo queste tre dimensioni attraverso forme di “pratica” e di “cura di sé” (Foucault 2001).

Di conseguenza, la religione (Wheeler 1986; Miller 2003), l’istruzione (Edmondson 2009; Schenbeck 2012) e la presentazione di sé furono probabilmente i tre ambiti dell’attività sociale più importanti per i sostenitori del racial uplift. L’uso della fotografia (Wallace & Smith 2012), dell’abbigliamento (Miller 2009; Miller et al. 2025), dei cosmetici (Gill 2010) e dello sport (Martin-Breteau 2024) servì a promuovere nuove forme di presentazione di sé. Lo stesso successo economico poteva essere presentato come prova della triplice perfezione richiesta ai membri della comunità (Weber 1958). I mezzi di comunicazione, e in particolare la stampa (Fultz 1995; Anderson 2015; Haywood 2018), costituirono potenti veicoli per queste tattiche politiche.

Queste ideologie furono vigorosamente criticate, in particolare durante le epoche del Black Power e di Black Lives Matter (Frazier 1957; Kendi 2016; Taylor 2016; Malcolm 2022). Lungi dal costituire una politica di emancipazione, la ricerca della “rispettabilità” associata alle ideologie del racial uplift è stata descritta come un insieme di tattiche politiche borghesi, paternalistiche, conservatrici, autoritarie o persino reazionarie — e che, proprio per questo motivo, rimangono relativamente poco studiate nelle scienze sociali, nonostante la loro importanza storica e sociologica (Rhodes & Joseph 2016).

La principale critica sostiene che il racial uplift ignori le origini sociologiche, anziché psicologiche, della disuguaglianza razziale: i pregiudizi dei gruppi dominanti non sono le cause, bensì le conseguenze dell’oppressione razziale, circostanza che relativizza — o persino annulla — qualsiasi strategia di liberazione fondata sulla persuasione morale.

Le ideologie del racial uplift sono state inoltre criticate per la loro incapacità di sovvertire le norme bianche dominanti. Poiché richiedono agli oppressi di dimostrare la propria umanità per ottenere l’uguaglianza, esse subordinano la giustizia al raggiungimento di uno standard di eccellenza spesso irrealizzabile. Inoltre, questa esigenza contribuisce all’estensione delle norme dominanti, intensificando così i rapporti di dominio sui membri più vulnerabili delle comunità stigmatizzate (Lopez Bunyasi & Smith 2019).

Ciononostante, è innegabile che il racial uplift non sia stato una tattica politica sostenuta esclusivamente da gruppi conservatori o borghesi. Persino negli Stati Uniti degli anni Cinquanta-Settanta, il racial uplift fu adottato in forme differenti come tattica di resistenza e di sopravvivenza all’interno di una società razzista, sia dagli attivisti del Black Panther Party for Self-Defense sia dai seguaci della Nation of Islam (Curtis 2002; Matlin 2006).

Sebbene privilegiassero tattiche politiche differenti, se non addirittura contrapposte, le vite e le azioni di W. E. B. Du Bois e Booker T. Washington (Moore 2003), così come quelle di Malcolm X e Martin Luther King Jr., furono in larga misura strutturate intorno a questa esigenza perfezionista di auto-elevazione. La lettura delle loro autobiografie rivela la medesima determinazione a elevarsi per proteggersi dalla violenza razzista e, per quanto possibile, sradicarla (Washington 1901; Malcolm X 1999).

Questo perché il racial uplift non cercava principalmente di imitare o compiacere la maggioranza bianca per persuaderla dell’erroneità dei propri giudizi sulle persone non bianche; cercava piuttosto di rafforzare ciò che Toni Morrison definiva il self-regard delle persone nere — vale a dire l’amore verso sé stessi, inteso come prerequisito di qualsiasi lotta per la liberazione.

Questo numero speciale si propone pertanto di offrire una genealogia storica e geografica delle ideologie e delle pratiche di racial uplift. Anziché rappresentare le diverse forme di racial uplift come eroiche oppure ingenue, l’obiettivo è analizzare, in maniera metodica e contestualizzata, la loro intrinseca ambivalenza, in quanto insiemi di pratiche che contemporaneamente si adattavano all’ordine sociale e razziale esistente e lo contestavano (Dazey 2021a; Martin-Breteau 2024).

Queste tattiche potevano dunque sia mettere in discussione sia rafforzare le norme dominanti. Pur essendo centrali nella storia contemporanea delle lotte per la liberazione razziale, queste ideologie rimangono relativamente poco studiate nella loro coerenza storica e geografica al di fuori degli Stati Uniti e persino al di fuori del mondo anglofono.

Temi

I contributi potranno affrontare in particolare le seguenti questioni:

  • La questione delle distinzioni e delle gerarchie di classe, genere, età, nazionalità ecc., tanto fra i promotori quanto fra i destinatari delle ideologie del racial uplift. Coloro che promuovevano il racial uplift erano semplicemente delle “élite”? Oppure è possibile individuare una forte tradizione di queste ideologie e pratiche anche all’interno delle classi lavoratrici? Quali forme assumevano in tali contesti? Quali erano le caratteristiche specifiche del racial uplift quando veniva promosso dalle donne? In quale misura gli stessi gruppi maggioritari furono interessati da forme di racial uplift, come nel caso di ciò che è stato definito white uplift (Newman 2012; Spahn 2024)?
  • La questione delle modalità estremamente diverse assunte dalle tattiche di racial uplift, fondate su un’etica dell’eccellenza che sosteneva un insieme di pratiche della dignità e della verità. In quale senso la Black excellence — e, più in generale, l’eccellenza subalterna — può essere storicamente interpretata come una forma di resistenza? In quali ambiti dell’attività sociale questa tattica si sviluppò in maniera più specifica, e perché? Queste tattiche non combinavano quasi sempre una triplice aspirazione verso l’eccellenza morale, intellettuale e fisica? Se così non era, perché?
  • La questione dell’efficacia politica delle tattiche di racial uplift. Il racial uplift è infatti ampiamente considerato una tattica politica conservatrice. Tuttavia, l’elevazione dell’individuo e del gruppo rimane un quadro centrale per forme di socializzazione primaria e secondaria volte a resistere all’abiezione e all’oppressione razziale. Perché, nonostante critiche spesso giustificate, questa tattica rimane rilevante ancora oggi? Queste tattiche consistono unicamente in lotte simboliche e morali per il riconoscimento? Non mirano anche alla redistribuzione del potere economico e politico? La distinzione teorica tra questi due paradigmi ha davvero senso?

Accogliamo contributi originali alla ricerca scientifica sulle ideologie del racial uplift nelle società schiaviste e post-schiaviste dalla fine del XVIII secolo in poi, purché dialoghino con le tematiche di questo bando.

Poiché Slaveries & Post-Slaveries è una rivista interdisciplinare, i contributi possono fare riferimento a uno o più ambiti delle scienze sociali, tra cui storia, sociologia, scienze politiche, etnografia ecc.

Modalità di presentazione delle proposte

Le proposte di abstract per gli articoli, in francese o in inglese, dovranno avere una lunghezza massima di 5.000 caratteri (bibliografia esclusa) e includere inoltre:

  • nome;
  • affiliazione istituzionale;
  • una breve nota biografica e bibliografica.

Le proposte dovranno essere inviate al comitato editoriale della rivista all’indirizzo ciresc.redaction@cnrs.fr entro il 1 dicembre 2026.

Un riscontro sulle proposte verrà fornito entro il 15 gennaio 2027.

Gli articoli completi, della lunghezza di circa 45.000 caratteri, comprese note e spazi, dovranno essere inviati entro il 3 maggio 2027.

Ogni articolo sarà sottoposto a peer review anonima da parte di un membro del comitato editoriale e di un revisore esterno.

Le versioni definitive degli articoli accettati dovranno essere completate entro dicembre 2027.

Le linee guida pratiche per gli autori sono disponibili sul sito della rivista.

Pubblicazione del numero 17 di Slaveries & Post-Slaveries: primavera 2028.

Coordinamento

Audrey Célestine, New York University
Nicolas Martin-Breteau, Université de Lille