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CFP - Ambienti dell’entroterra come questione storica. Spazi e società montane dall’età medievale all’età contemporanea (scadenza 31 luglio 2026)
Convegno dottorale Università degli Studi di Teramo – 15-16 dicembre 2026
Estese su circa un terzo della superficie europea, le aree montane hanno costituito per secoli l’ambiente di vita di popolazioni numerose e società complesse. Eppure, la storiografia fatica ancora a farne un oggetto autonomo di ricerca e, più in generale, fatica a restituire ai territori interni e marginali la centralità storica che loro compete.
Il convegno si propone di affrontare questo problema allargando la prospettiva dalla montagna in senso stretto alle aree interne intese come categoria storica più ampia: quei territori che, per ragioni geografiche, economiche o politiche, si sono trovati ai margini dei grandi processi di urbanizzazione e di integrazione nei mercati e che, proprio per questo, conservano tracce straordinarie di forme di vita, di organizzazione sociale e di cultura materiale altrove scomparse. Una domanda che vogliamo porre è: la marginalità è una condanna geografica o una costruzione storica?
Il punto di partenza obbligato per chiunque si interroghi su questo problema è Fernand Braudel. Nella sua grande opera sul Mediterraneo in età di Filippo II, pubblicata nel 1949, Braudel definisce il Mediterraneo come un mare circondato da montagne e richiama l’attenzione sulle conseguenze di questo dato: la storia di una parte significativa dell’Europa è in buona parte la storia di gente che ha vissuto in montagna. E tuttavia Braudel è anche l’autore di una delle affermazioni più discusse e più fruttifere che la storiografia sulla montagna abbia mai prodotto: che la storia della montagna consiste nel non avere avuto una storia.
Nel sistema interpretativo di Braudel, la montagna acquista rilievo in quanto ricondotta alla longue durée e sottratta alla storia degli eventi. Il suo ruolo storico consiste nel condizionare le trasformazioni, rallentandole o orientandole. Questa impostazione, influente nella storiografia successiva, ha però contribuito a lasciare le società montane sullo sfondo, considerate soprattutto come parte dell’ambiente storico anziché come soggetti dotati di proprie dinamiche.
Trent’anni più tardi il clima storiografico era molto mutato. Tale cambiamento si deve in parte non trascurabile agli esiti di studi antropologici condotti in area alpina tra il 1960 e il 1990, che hanno messo in discussione l’immagine sino ad allora incontrastata di una montagna condannata dall’ambiente ostile — nel passato e nel presente — alla marginalità, alla povertà e a una emigrazione strutturale generata da uno squilibrio tra popolazione e risorse, trasformatasi in esodo incontenibile nel corso del XX secolo.
Questa revisione ha trovato nuovo impulso negli ultimi decenni, quando i mutamenti delle aree interne hanno riportato la montagna al centro dell’attenzione pubblica e scientifica. Spopolamento, abbandono insediativo, vulnerabilità ambientale e ridefinizione delle economie locali rendono oggi necessaria una riflessione storica di lungo periodo sulle trasformazioni di questi territori.
Se l’area alpina ha prodotto significative e aggiornate ricerche storiche, anche grazie allo stimolo del Laboratorio di storia delle Alpi — creato nel 2000 sotto gli auspici dell’Università della Svizzera italiana e dell’Associazione internazionale per la Storia delle Alpi — più limitati risultano gli studi sulle aree montane degli Appennini. Le ragioni di questa difficoltà sono molteplici.
Sul piano delle fonti, questi territori sono rimasti a lungo invisibili: le fonti narrative li descrivono quasi sempre in negativo, come luoghi primitivi, e i loro abitanti come rozzi e incivili, mentre le fonti documentarie, materiali e archeologiche attestano una realtà assai più ricca: comunità capaci di organizzare la gestione collettiva del territorio, negoziare con i poteri signorili, regolare l’accesso alle risorse, sostenere circuiti di scambio e sviluppare una cultura materiale complessa.
Sul piano concettuale, affrontare questi territori come problema storico richiede di liberarsi della tirannia dell’altitudine: l’idea che la montagna e le aree interne si definiscano in base a soglie geografiche oggettive e misurabili. Il confine tra centro e periferia, tra pianura e montagna, è stato storicamente molto più mobile e negoziato di quanto non appaia, e tenerne conto cambia in modo sostanziale i termini della ricerca.
Sul piano tematico, come ha scritto Cursente, la montagna oppone ai tentativi di circoscriverla una trama di diversità e paradossi che sembra resistere a qualsiasi sintesi: è luogo di isolamento e di connessione, di conservazione e di trasformazione, di subalternità e di forte affermazione di autonomia. Questi dualismi non sono difetti del tema, ma la sua ricchezza, e anche la sua difficoltà.
Il convegno nasce da questa consapevolezza e intende assumerla come domanda aperta: nel 2026, a oltre settant’anni da Braudel, le aree interne hanno trovato la loro dignità come problema storico? L’arco cronologico scelto — Medioevo, Età Moderna, Età Contemporanea — consente di verificare se le tensioni individuate dalla ricerca soprattutto per il periodo medievale ricorrano, con configurazioni diverse, nelle epoche successive.
Aree tematiche
Le aree tematiche proposte sono cinque.
Mobilità e traffici
I valichi, le rotte commerciali come arterie vitali di scambio, e il controllo di quei passaggi come posta in gioco politica ed economica, dalla gestione delle rotte medievali al sistema doganale degli Stati moderni, fino alla rivoluzione infrastrutturale del XIX secolo.
Insediamenti e istituzioni
Le forme dell’abitare nei territori interni, i comuni di valle, le pratiche di uso collettivo, il diritto locale, le dinamiche di incastellamento e di abbandono che l’archeologia medievale ha contribuito a illuminare in modo decisivo negli ultimi decenni.
Vita religiosa
Eremi, abbazie, santuari e pellegrinaggi come forme attraverso cui le comunità hanno organizzato il territorio e costruito la propria identità, nel loro intreccio con le strutture economiche e istituzionali che le rendevano possibili.
Identità e rappresentazione
Come questi territori sono stati pensati, descritti e raffigurati nei secoli — dalla cartografia medievale alla letteratura di viaggio in età moderna, fino alla storia dell’arte e alla storia del paesaggio nel Novecento — ma anche come hanno prodotto dall’interno una propria identità culturale, conservando lingue e culture minoritarie che la marginalità geografica ha protetto dall’omologazione per secoli, dalle aree alpine e appenniniche alle comunità alloglotte del Mezzogiorno.
Conflitto, resistenza e marginalità
I modi in cui questi territori hanno risposto ai tentativi di controllo e integrazione da parte dei poteri centrali — dal brigantaggio postunitario nelle aree interne del Mezzogiorno alle forme di partigianeria e guerriglia che nei secoli hanno trovato nelle aree montane il loro habitat naturale — e più in generale le aree marginali come oggetto di sfruttamento sistematico da parte dei centri urbani e degli Stati nazionali, fino allo spopolamento, all’abbandono e al recente interesse per il recupero dei “borghi” come fenomeni che richiedono una lettura storica di lungo periodo.
Modalità di partecipazione
La Call è rivolta a dottorande e dottorandi in scienze storiche, archeologiche, storico-artistiche, filologico-letterarie, sociologiche e antropologiche, e a dottoresse e dottori di ricerca nei medesimi ambiti che abbiano conseguito il titolo da non più di tre anni.
Il Convegno si svolgerà in presenza presso l’Università degli Studi di Teramo, Dipartimento di Scienze Politiche, via Renato Balzarini 1, 64100 Teramo.
Le/gli interessate/i sono invitate/i a presentare entro e non oltre il 30 luglio 2026:
- un abstract di massimo 500 parole, comprensivo di bibliografia essenziale e tre keywords;
- un breve curriculum con l’indicazione dell’eventuale produzione scientifica e dell’Università di appartenenza o dell’Istituto di affiliazione.
Si prevede la possibilità di presentare proposte congiunte, con un massimo di due relatori.
I contributi potranno essere redatti in italiano o in inglese e dovranno essere inviati in formato PDF tramite e-mail all’indirizzo:
Nell’oggetto della mail dovranno essere indicati: Nome, Cognome, Settore scientifico-disciplinare.
L’esito della selezione sarà comunicato via mail entro il 30 settembre 2026. Al momento dell’accettazione della proposta saranno fornite ai partecipanti selezionati informazioni logistiche dettagliate.
Comitato organizzativo
Lucia Aprile, Valerio Caporilli, Carlotta Cirilli, Matteo Colella, Martina Delicato, Sara Gumina, Rocio Jimenez, Francesco Federici, Eleni Makrygiorgou, Letizia Nuscis, Marilisa Speca, Francesca Vagnozzi.
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