Discussioni #1

Andrea Caracausi e Michele Nani discutono:

Luigi Dal Pane, La storia come storia del lavoro. Discorsi di concezione e di metodo, Bologna, Pàtron 1968

 

Nota: La nuova rubrica esordisce in piena emergenza epidemica, con le biblioteche da tempo inagibili, dunque sconta l’impossibilità da parte degli Autori di leggere e rileggere, integrare e controllare, quel che si fa abitualmente scrivendo.

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Discutere un libro pubblicato molti decenni prima nasconde molte insidie. Da un lato vi è il rischio di enfatizzarne gli elementi d’attualità, dimenticando le discussioni che una disciplina ha affrontato nel corso del tempo. Dall’altro vi è la tentazione – attualmente molto in voga – di licenziarlo come “superato”, guardando a come vengono affrontati i problemi e vengono utilizzate determinate categorie oggi. Il problema è ancor più evidente nel caso di La storia come storia del lavoro, un volume che raccoglieva una serie di interventi e relazioni dipanatesi in diverse occasioni fra gli anni trenta e gli anni sessanta del secolo scorso. Il libro rappresentava il percorso di un docente universitario che era giunto a dirigere un Istituto dell’Università di Bologna, imprimendo un importante contributo alla ricerca storica (fra i molti profili si veda Antonio Casali). La storia come storia del lavoro conteneva tuttavia alcuni «discorsi di concezione e di metodo» che avevano caratterizzato quel percorso intellettuale e che oggi è opportuno riprendere, consci che – per apprezzarli pienamente – è necessario avere una conoscenza complessiva dei lavori di Dal Pane (e della sua scuola), perché altrimenti si cadrebbe in fraintendimenti banali, come accaduto a GustavSchachter, autore di una recensione (a dire il vero brevissima) apparsa su The Journal of Economic History. Ecco, un primo merito di rileggere il volume oggi è quello di rappresentare un invito a conoscere più a fondo una pagina importante della storiografia economica e sociale italiana che molta parte della generazione formatasi negli ultimi venticinque anni non ha mai incontrato o ha frequentato il più delle volte in maniera individuale e indipendente, per una sorta di rimozione inconscia operata nella trasmissione delle conoscenze.

Questo fatto è ancor più vero se pensiamo che il volume affronta temi ancora molto dibattuti, dentro e fuori il discorso storiografico. Il primo di questi è la concezione di “storia” e “fare storia” più volte evocata nel libro. Mezzo per comprendere il presente, attraverso una conoscenza dell’umanità e del suo mutamento, la storia doveva essere necessariamente unitaria e non poteva conoscere divisioni al suo interno. L’ampliamento e l’allargamento dei confini erano necessari al fine di riprodurre il più fedelmente possibile le vicende accadute, grazie al senso del complesso e del relativo e ai rapporti di correlazione e proporzione. Per questo motivo, secondo Dal Pane, era necessario tenere insieme diversi «livelli» della vita dei lavoratori (dall’economico-giuridico al politico, dal sociale al morale-ideologico) poiché essi si sorreggevano reciprocamente a tal punto che era impossibile osservare l’uno senza tenere in considerazione l’altro. Rapporti economici e rapporti sociali in particolare non potevano essere disgiunti e la storia del lavoro offriva il terreno più adeguato: non perché quel “del” contribuisse a costruire steccati o orticelli, ma perché il lavoro era visto come un fattore essenziale della natura umana e dell’ambiente artificiale, unendo pratica e teoria, attitudini mentali e operative. L’allora antitesi fra storia economica-giuridica e storia etico-politica veniva così superata poiché «nessuna attività umana … anche la più modesta, può essere disconosciuta e negletta», ma tutte si stringevano «col pensiero in un unico abbraccio creatore» (p. 223).

Non è inattuale rileggere quelle considerazioni oggi. Non si tratta – e non si trattava per Dal Pane – di isolare un fattore e di farne l’oggetto di una storia passata, come molto spesso oggi si fa associando un “del” o un aggettivo a ciò che si studia, definendo confini, ambiti e talvolta metodologie. Si tratta di un invito a comprendere le relazioni e le influenze reciproche che legano fra loro le testimonianze di cui veniamo a conoscenza attraverso le fonti, provando a ricostruire i comportamenti individuali e collettivi, mettendoli in rapporto fra loro per individuare i momenti di continuità e rottura. Non è superfluo domandarsi oggi se non siano stati proprio decenni di settorialismo, particolarismo, spezzettamento e altrettanti tornanti storiografici a marginalizzare la storia nel panorama delle scienze umane e sociali, dove la marginalità è rappresentata dall’incapacità di comprendere la complessità del mondo presente, le sue rilevanze, le sue domande e, appunto, i suoi mutamenti. Quasi che sia sufficiente utilizzare uno strumento tecnologico (dalle grandi banche dati al digitale), una differente scala (dentro o fuori l’Europa, a cavallo fra una o più nazioni) o un particolare mezzo di comunicazione (la televisione o internet) per legittimare una ricerca e sostituire quelle domande generali che devono essere sempre al centro di ogni studioso. Siamo certi che non si possano (tornare a) legare quei «livelli» di cui Dal Pane parlava, dovendo invece rimanere ancorati e rinchiusi allo studio chi dell’economico, chi del sociale, chi del politico, chi del culturale, come ancora una quindicina d’anni fa ricordava lo stesso William Sewell?

In questo quadro rientra il secondo elemento di interesse offerto dalla rilettura del libro oggi: il rapporto fra storia e scienze sociali. Affrontando il rapporto fra storia ed economia e fra storia e statistica, lo storico romagnolo ricorda l’importanza del dialogo con le scienze sociali, per identificare i problemi, capire i documenti e armarsi di mezzi d’indagine comuni. Allo stesso tempo, però, evidenzia le difficoltà del dialogo, invitando lo storico a non limitarsi a una scienza sociale, ma a guardare a tutti gli ambiti (per individuare i problemi generali), a non universalizzare gli istituti presenti in una società e a non applicare al passato le teorie elaborate per altre società in altri momenti storici. Anche in questo caso, l’importanza di Dal Pane non è fuori luogo né fuori tempo: negli ultimi decenni, come ricordato anche in un recente volume curato da Daniele Andreozzi, alcuni indirizzi della storia economica hanno privilegiato una preminenza dell’elemento formalizzante e matematico, grazie anche all’applicazione di modelli elaborati da altre scienze sociali da essere verificati con dati provenienti dal passato. Un punto chiave – più volte ricordato – è che l’astrazione di quei dati dalla realtà e dalla modalità con cui sono stati costruiti, e il trattare quindi la storia come un mero contenitore, falsifica il loro significato e ne annulla il valore euristico, elemento necessario invece per la comprensione del cambiamento storico. I recenti studi sui salari e sugli standard di vita sono il più chiaro esempio di questo esercizio, come è evidente da alcuni dei saggi presenti nei volumi di Robert Allen o di John Hatcher e Judy Stephenson. Non solo: riprendendo Dal Pane e, al di là della Manica, Edward Palmer Thompson, una scelta cruciale dello storico è se trattare lavoratrici e lavoratori come semplici fattori di produzione senza vita, considerandoli utili al solo fine di elaborare statistiche e produrre qualche dibattito su eminenti riviste o se, invece, vogliamo riscoprirne il loro ruolo, individuale e collettivo, all’interno del contesto sociale, della vita materiale, delle esperienze, dei sentimenti e delle rappresentazioni. Non è – si badi – l’ennesimo invito a rifiutare le teorie, tutt’altro: è la consapevolezza che la storia non può essere il semplice campo dove testare le ipotesi e i metodi di altre scienze sociali, ma deve essere il luogo di elaborazione di nuove teorie (anche particolari) che non cancellino la complessità degli eventi umani e del loro mutamento in rapporto al contesto nel quale vengono prodotti.

La storia come impegno civile è il terzo elemento d’interesse del volume di Dal Pane oggi. Studiare e insegnare storia è un impegno che va al di là dell’utilità accademica o professionale e si irradia invece dalle esigenze di uno spirito rivolto alla conoscenza del succedersi degli eventi e del mutare delle forme sociali (p. 10). Una storia che, come già ricordato, è fortemente ancorata al presente, che da quest’ultimo trae le proprie domande e a quest’ultimo si dedica per educare i futuri cittadini e professionisti. «L’impegno dello storico è una lotta contro la menzogna», ricorda il nostro autore: uno sforzo continuo a cui, oggi più di allora, lo storico dovrebbe essere chiamato, di fronte ai tentativi di semplificazione, generalizzazione e banalizzazione del passato e del presente che i mass-media e il mondo politico utilizzano ogni giorno.

Concezione della storia, rapporto con le scienze sociali, impegno civile: fra i tanti temi che potrebbero essere ricordati ecco tre punti che la rilettura di Dal Pane invita per una efficace riflessione sulla storia, forse oggi ancor più attuale di allora. Quali sono i punti di frizione che emergono dalla lettura del volume? Pur con i rischi richiamati in apertura, ne voglio ricordare uno. Sarebbe troppo facile, ma anche sterile e ingeneroso, parlare di elementi quali l’assenza del discorso di genere o dell’etnia, della mancanza di un approccio globale o del nazionalismo metodologico, della preferenza di una scienza sociale o di un’impostazione ideologica invece che di un’altra. Poiché ogni storia si alimenta dal presente, non possiamo chiedere agli autori di ieri di confrontarsi con i problemi, le teorie e le ideologie del nostro tempo. Vorrei soffermarmi però su un altro aspetto su cui la lettura di Dal Pane può invitare a discutere: la concezione di «lavoro» e «lavoratori». Vi è in Dal Pane una tensione, emblematica nei due capitoli La storiografia del lavoro e La storia come storia del lavoro. Nel primo si ricorda come la storia del lavoro debba rifarsi a una particolare definizione di lavoro intesa come l’applicazione diretta delle facoltà umane alla produzione di ricchezza, funzionale quindi a distinguere i «lavoratori» dai «proprietari e capitalisti» (i quali erano produttori). «Fare la storia del lavoro significa, in altre parole, far la storia dei lavoratori» (p. 27). Nel secondo capitolo, come già ricordato più sopra, Dal Pane vede invece il lavoro come un «fattore essenziale» della natura umana, un concetto però che va «oltre gli stretti confini della produzione dei beni materiali … e implica lo sviluppo rispettivamente proporzionato e proporzionale delle attitudini mentali e delle attitudini operative» (p. 221). È questo il concetto che può spingersi a comprendere un quadro più generale, costituito da produzione e riproduzione, diversi circuiti di mercato, gruppi sociali più o meno compatti, ideologie ed egemonie. È questo certamente un concetto più funzionale a una storia non settoriale, ma “problematica” (intesa come creatrice di problemi). Domandarsi chi siano i lavoratori, anziché concettualizzarli in partenza, guardando all’interno dei gruppi sociali, ricostruendone le relazioni – verticali e orizzontali –, può aiutare a comprendere meglio quelle categorie e quei cambiamenti a cui si è fatto più spesso cenno. Difficoltà concettuali, ma anche di metodo: rispetto a indagini per «totalità», che si esemplificano in una raccolta di materiali capaci di dare ai nostri giudizi il «senso dell’equilibrio e delle proporzioni», non meno importante sono ricerche che mostrino come «l’eccezionale» o la «deviazione» dal modello contribuiscano a identificare nuove rilevanze e a formulare nuove domande per mettere in crisi le teorie e le generalizzazioni prevalenti, come ricordato ancora una volta di recente da Giovanni Levi. Anche su questi punti il libro di Dal Pane potrebbe alimentare oggi un vivace confronto, non solo storiografico, per contribuire a rivedere le spesso fallaci categorie di «autonomo», «dipendente», «imprenditore», «lavoratore», «schiavo», «precario», e a porre così nuove domande sul funzionamento del mondo in cui viviamo.

Andrea Caracausi (Università degli Studi di Padova)

 


 

CLOV […] Tutta la vita le stesse domande, le stesse risposte.
[...]
HAMM Mi piacciono le vecchie domande. (Con slancio) Ah, le vecchie domande, le vecchie risposte, che c’è di più bello! [...]

Samuel Beckett, Finale di partita, 1957

 

Alla vigilia dell’insurrezione studentesca globale, nel gennaio del 1968 il quasi sessantacinquenne Luigi Dal Pane, allora docente di Storia economica nell’Ateneo felsineo e direttore dell’Istituto di storia economica e sociale, “per secondare il desiderio di vari colleghi ed amici” raccoglieva in volume “alcuni scritti di concezione e di metodo”, che delineavano una “storia intesa come storia del lavoro”. “Quasi a siglare cinquant’anni di ricerca”, commentò Sergio Anselmi. La silloge costava cinquemila lire e dovette incontrare una certa fortuna se nel 1971 l’editore ne licenziò una seconda edizione, di fatto una ristampa con qualche aggiornamento.

Dal Pane è scomparso nel 1979, quando molti dei soci della Sislav non erano ancora nati e molti altri muovevano appena i primi passi o, come il sottoscritto, frequentavano la scuola primaria. Le “prolusioni” e “relazioni” che andarono a comporre i capitoli della raccolta erano state stese fra 1937 e 1967. Dal primo contributo, redatto in pieno fascismo, sono passati più di ottant’anni: una guerra mondiale e la grande trasformazione degli anni Cinquanta e Sessanta ci separano dalla prolusione barese Storia ed economia. In un mondo “sviluppato” dominato dal consumo e rovinato dalla distruzione e dallo spreco che il capitalismo sfrenato porta con sé, l’orgogliosa affermazione dalpaniana di un “ideale morale del lavoro” come “dovere sociale” (espressa nella Prefazione)suona ormai come una voce da un’altra epoca. Per non dire della celebrazione in termini religiosi del “sacrificio” e della “fatica” o dell’accostamento, nella comune contrapposizione alla “storia degli eroi”, di quella delle “folle anonime, [...] delle razze e delle classi” (corsivo mio). Non a caso, sin dagli anni immediatamente successivi, studiosi più giovani e più militanti presero le distanze da Dal Pane. Innocenzo Cervelli riconobbe la matrice labrioliana della formulazione che dava il titolo alla raccolta: “la storia è storia del lavoro” e il “lavoro […] è la nota distintiva del vivere umano” aveva scritto Labriola nelle sue lettere di fine secolo e Dal Pane era stato il primo autorevole studioso del Cassinate (con la monografia del 1935, rivista nel 1975); tuttavia per Cervelli vi era nell’uso dalpaniano una distorsione dell’originaria carica storico-materialistica, confermata dai riferimenti a Gioacchino Volpe. Nelle prime pagine della sua opera maggiore anche Stefano Merli aveva denunciato quell’impostazione, liquidata in poche righe come una sia pur “involontaria[...]” “storia della pace sociale”. I giovani intellettuali “operaisti”, com’ebbe a riferirmi un protagonista di quella stagione, consideravano Dal Pane alla stregua di un “nazionalista” o di uno “storico dell’accumulazione”. Che queste non fossero solo preoccupazioni generazionali o dettate dalle polemiche politiche della sinistra extraparlamentare si evince anche dalle dense e lucide pagine commemorative di Renato Zangheri. Questi celebrò la linea umanistica e vichiana del “maestro”, centrata sull’uomo come costruttore della propria storia attraverso il lavoro, ma ne colse anche le ambiguità: da quell’indirizzo poteva uscire una storia di lavoratori, con il lavoro “categoria storica”, dunque sotto il capitalismo una merce, oppure una storia ‘integrale’, che diluiva il lavoro nelle vicende della produzione o della prassi umana.

Dal Pane è dunque oggi distante e lo era già agli occhi di molti studiosi degli anni Settanta. Come potrebbe illustrare una più fine contestualizzazione di quella stessa ricezione immediata - un lavoro tutto da fare e qui solo accennato in modi impressionistici - la “distanza” non è tuttavia un dato di fatto, un elemento spontaneo. Il senso di “distanza” è invece l’esito di una “messa a distanza”, di pratiche di “distanziamento”. Quando “invecchiano” un libro, un metodo, un modo di fare ricerca? Quando renderli “datati” fa parte di strategie degli agenti che confliggono in un campo della produzione culturale e che si impongono come dominanti, o almeno impongono quell’“invecchiamento” come elemento condiviso di un nuovo senso comune scientifico. Resistendo all’ingiunzione continua all’“innovazione” fine a se stessa e alla celebrazione talora caricaturale di sempre nuove “svolte” (turn) nei campi delle scienze storiche e sociali, occorre saper leggere la rozza ingenuità di queste strategie. Volte a stigmatizzare come “vecchi” i propri avversari per avere la Storia dalla propria parte, rivelano di essere figlie di un’idea unilineare e in fondo antropomorfica di “crescita” degli studi: non che non esista un “progresso” nei modi di conoscere il sociale e la storia, ma si misura su tempi più lunghi di quelli delle giravolte accademiche, delle annate o dei decenni. Per dirla con lo stesso Dal Pane, “la scienza non conosce, come noi individui mortali, tanto presto la sera! La sua giornata è molto più lunga e il successo del suo lavoro lo assicurano i secoli!” (p. 37).

Se a molti questi scritti appariranno oggi “superati”, alcune delle domande, dei metodi e delle risposte ricorrenti nei saggi raccolti sono in realtà ancora del tutto attuali, come ha mostrato anni fa, con ben altri e ben più solidi argomenti, Paolo Favilli. Ad esempio, anche se il programma ha perso negli ultimi tempi l’afflato che ha avuto per mezzo secolo, l’idea di una stretta collaborazione fra economisti e storici resta un orizzonte imprescindibile per capire i mondi del passato e quelli presenti. Non parla ancora al nostro presente di crisi e ineguaglianze globali il semplice assunto recitato agli studenti baresi nel 1937 per cui “ogni economista, che non voglia avvolgersi nel mantello di un pregiudizio, dovrà necessariamente far capo anche ai risultati dell’indagine storica”? (p. 16). E, d’altro canto, non è ancora ben vivo il rischio, a cui si alludeva nella stessa sede, che il “solo studio della scienza economica” generi una “tendenza ad applicare al passato e a condizioni diverse le categorie economiche elaborate nello studio della società moderna”? (p. 21). L’auspicato doppio movimento, dell’economia verso la storia e della storia verso l’economia, non si è ancora realizzato, se non in ristrette esperienze: gli economisti prescindono largamente dalla storia e molti fra gli storici economici proiettano nel passato, senza temere l’anacronismo, i modelli ritenuti validi per leggere il presente.

Approdato infine a Bologna, quindici anni dopo il discorso barese Dal Pane dedicò la sua nuova prolusione a un problema altrettanto attuale, i rapporti fra Storia economica e storia sociale. Dopo aver tracciato il lungo itinerario italiano che dagli studi settecenteschi di Muratori aveva condotto alla storia economica dei Sapori e dei Luzzatto, si soffermava su un passaggio di storia della storiografia. Fra Otto e Novecento, l’“interesse per la struttura economica” non si era manifestato per vie dirette, bensì attraverso il “raffinamento del concetto di classe”: il “bagliore delle lotte economiche” del tempo aveva fatto dissolvere la precedente “configura[zione] in funzione di una posizione razziale o giuridica”, a favore della “posizione degli individui o dei gruppi nel processo della produzione” (p. 91). Questo contributo della cosiddetta “scuola economico-giuridica” era stato rinnovato dalle “giovani generazioni” di studiosi nel secondo dopoguerra, sensibili alla dimensione politica dei conflitti di classe. Al rischio che in questi studi la “sopravvalutazione degli individui e dei ceti dirigenti faccia perdere di vista la vita anonima, i fatti di massa”, avrebbe dovuto rispondere la “storia del lavoro”, tesa a “obbiettivizzare i movimenti delle classi” (pp. 105-106). Si comprende meglio, rileggendo queste pagine, perché Cantimori invitasse Hobsbawm, in cerca di contatti italiani, a rivolgersi a Dal Pane, come ha segnalato Anna Di Qual nella sua ricca tesi di dottorato. Per lo storico romagnolo il terreno delle classi consentiva di “ravvicinare” storia economica e storia sociale, collegando “divisione economica e sociale del lavoro” a “costume” e “vita quotidiana” (p. 107). Se sul terreno della “psicologia delle classi” Dal Pane si spingeva fino ad evocare gli scritti sulla moda di Georg Simmel (quanti l’avevano letto nell’Italia del 1952?), erano la storia economica e le sue fonti peculiari a rappresentare un antidoto alla “mistificazione agiografica” che incombeva sulla storiografia del movimento operaio (pp. 111-113).

“Attraverso l’interesse per la Storia sociale si palesa la passione delle grandi masse, che salgono alla ribalta della storia e vogliono conoscere meglio se stesse e parlare e far parlare di sé nel campo della cultura. È il mondo del lavoro che esprime la sua volontà egemonica” (p. 114). Così aveva parlato – con accenti gramsciani - a Bologna, ma in proposito, in un’altra prolusione, quella perugina del 1941 sulla Storiografia del lavoro, Dal Pane aveva già chiarito che per storia del lavoro non si intendeva la storia dei “produttori”, entro cui rientravano “proprietari e capitalisti”, ma quella dei “lavoratori” (p. 27). Anche in quell’occasione l’itinerario storiografico (“cosa nata da poco”, dalla duplice rivoluzione tardo-settecentesca, p. 28, e maturata “in mezzo ai più grandi conflitti di classi che le memorie del passato ci abbiano tramandato”, p. 35) si chiudeva con considerazioni di metodo. La storia del lavoro andava ricostruita “non in base ad un’ipotetica teoria dello sviluppo economico”, bensì “in rapporto alla storia generale” (p. 36); tuttavia, “per evitare i gorghi della storia poetica o rettorica”, occorreva “incominciare dalla tessitura economica della società” (un’espressione labrioliana, preferita inizialmente a quella di “struttura” che l’avrebbe poi sostituita), per individuare i “gruppi”, “classi” e “ceti sociali” a partire dalle “forme di produzione e di scambio” (pp. 39-40).

Più che nel saggio del 1967 che dà il titolo alla raccolta, teso a una prospettiva post-materialistica, che non a caso rivendica pienamente l’eredità di Volpe, è un saggio apparentemente minore a delineare al meglio la nuova “storia sociale del lavoro [che] diventa il centro della storia” (p. 69). I moderni indirizzi delle scienze storico-sociali e lo stato attuale degli studi romagnoli in questo campo, discorso inaugurale di un convegno del 1949, rappresenta un’apologia della storia economico-sociale, strutturale, quantitativa e “sperimentale”, contrapposta all’individualismo metodologico e radicata nella mole di fonti indirette, giusta la lezione di Bloch, custodite dagli archivi locali. Vent’anni dopo, descrivendo Sedici anni di ricerche nell’Istituto di storia economica e sociale dell’Università degli Studi di Bologna, e dunque una prima realizzazione collettiva del programma enunciato nel dopoguerra (come ha opportunamente sottolineato Franco Cazzola, uno dei protagonisti di quella stagione), Dal Pane ribadiva: “nonostante i mezzi fotografici abbiano abbreviato immensamente gli spazi, [è] opportuno e giovevole dare la preferenza nelle indagini ai documenti che si conservano negli archivi dei luoghi dove si abita. La storia del passato non si può disgiungere mai dalle condizioni del presente e un settore particolare non può svincolarsi da tutto il resto della vita. Ogni cosa parla del passato [...]” (p. 233), e per questo si doveva “spremere fino al midollo quello che il documento può dare” (p. 248).

Gli indirizzi qui accennati - trascurando molti spunti, come l’invito a delineare un Risorgimento oltre la politica (p. 203) o i ricchi saggi di storia dell’agricoltura (su cui rimando a un altro intervento di Cazzola) - restituiscono uno studioso certo più attuale di quanto non sembrino dire lo scorrere degli anni o le mode storiografiche. Per trovarne conferma si riprendano in mano le opere di Dal Pane, basate sul vaglio di una larghezza stupefacente di fonti archivistiche e bibliografiche: nella Storia del lavoro in Italia (1944), ne Lo Stato pontificio e il movimento riformatore del Settecento (1959), nei libri sulla Toscana granducale (1965, 1971-1973) e in Economia e società a Bologna nell’età del Risorgimento (1969) si troveranno i risultati concreti dei discorsi sul metodo qui commentati.

Michele Nani (Cnr - ISMed)

 


 

Bibliografia citata

Sergio Anselmi, Luigi Dal Pane: un bilancio di lavoro, “Quaderni storici delle Marche”, n. 1 (10), 1969, pp. 214-216

Antonio Casali, Profilo di Luigi Dal Pane, “Studi Storici”, n. 4, 1980, pp. 877–902

Franco Cazzola, Luigi Dal Pane e la storia dell’agricoltura, in Luigi Dal Pane storico e Maestro (1903-1979), Atti della giornata di studi, Bologna 22 ottobre 1999, a cura di Bernardino Farolfi e Carlo Poni, Bologna, Costa 2001, pp. 107-116

Franco Cazzola, Luigi Dal Pane. Tra storia sociale e storia economica, in Le radici della storia economica in Italia. La costruzione di un metodo, a cura di Luigi de Matteo, Alberto Guenzi e Paolo Pecorari, “Storia economica”, n. 2, 2014, pp. 319-334

Innocenzo Cervelli, Gioacchino Volpe, Napoli, Guida 1977, pp. 263 e ss.

Anna Di Qual, Eric Hobsbawm tra marxismo britannico e comunismo italiano, tesi di dottorato in Studi storici, geografici e antropologici, Università di Padova, Venezia e Verona, XXIX ciclo/2017

Paolo Favilli, Marxismo e storia. Saggio sull’innovazione storiografica in Italia (1945-1970), Milano, Angeli 2006

Antonio Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia[1897, 1902], in Scritti filosofici e politici, a cura di Franco Sbarberi, Torino, Einaudi 1973, v. II

Giovanni Levi, Frail Frontiers?, “Past & Present”, supplement 14, 2019, pp. 37–49

Living Standards in the Past: New Perspectives on Well-Being in Asia and Europe, edited by Robert C. Allen, Tommy Bengtsson and Martin Dribe, Oxford, Oxford University Press 2005

Quantità/qualità: la storia tra sguardi micro e generalizzazioni, a cura di Daniele Andreozzi, Palermo, New Digital Press 2017

Stefano Merli, Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale. Il caso italiano 1880-1900, Firenze, La Nuova Italia 1972-1973, v. I, p. 5

Gustav Schachter, La Storia come storia del lavoro: discorsi di concezione e di metodo. By Luigi Dal Pane. Bologna: Casa Editrice Pàtron, 1968. P. 277. L. 5000, “The Journal of Economic History”, n. 2, 1969, pp. 333–34

Seven Centuries of Unreal Wages - The Unreliable Data, Sources and Methods That Have Been Used for Measuring Standards of Living in the Past, edited by John Hatcher and Judy Z. Stephenson London, Palgrave Macmillan 2019

William Sewell, Logiche della storia : eventi, strutture e cultura, Milano, Bruno Mondadori 2008

Edward P. Thompson, The making of the English working class, London, Gollancz 1963

Renato Zangheri, L’opera storica di Luigi Dal Pane, in Studi in memoria di Luigi Dal Pane, Bologna, Clueb 1982, pp. 1-19