Il salario e le fluttuazioni economiche di lungo periodo, di Marc Bloch, con l'introduzione di Maria Luisa Pesante, traduzione di Bruno Settis, postfazione di Francesco Mores (dicembre 2019)

Nella primavera del 1933 Bloch era impegnato a scrivere, non senza un qualche imbarazzo per una questione di opportunità, una recensione del poderoso libro di François Simiand sulla teoria del salario, come gli era stato chiesto dalla «Revue historique». Bloch, che desiderava lasciare Strasburgo e tornare a Parigi, intendeva candidarsi a una cattedra al Collège de France, e Simiand, che vi insegnava la storia del lavoro, era tra coloro che dovevano decidere sulla disciplina da mettere a concorso e sulla chiamata. La recensione lo avrebbe portato ad affrontare direttamente, e non sul proprio terreno, una discussione sui risultati dei metodi durkheimiani nel campo della sociologia economica. Il solido consenso manifestato da Bloch sul metodo seguito da Simiand nel suo ultimo lavoro - metodo da intendersi sia come tecnica di ricostruzione dei dati empirici sia come condizioni di interpretazione degli stessi sia infine come norma della classificazione dei fenomeni - forse non corrispondeva però a una pari condivisione della teoria positiva formulata nel libro. All’inizio del secolo Simiand aveva frontalmente attaccato i cattivi metodi di maestri storici in nome, certo, di una storiografia migliore, più ricca, rigorosa, e profonda, ma anche della superiorità di un approccio sociologico secondo le prescrizioni di Durkheim. Quanto ne fossero stati allora ispirati i giovani storici, anche loro alla ricerca di una storiografia più ambiziosa e sostanziosa, è questione che può essere trascurata qui se si evita di assumere quel momento di origine come indicativo della loro posizione all’inizio degli anni ’30. In quegli anni della loro maturità sia Bloch sia Febvre manifestavano in privato un certo fastidio per il modo in cui Simiand riusciva ad annegare «nelle categorie, nella metafisica, nel farfugliamento di scuola» ottime idee: «che mucchio di scorie filosofiche!» Nel breve necrologio che Febvre pubblicò alla morte del sociologo nel 1935 la distanza è nettamente delineata. «Très logicien», Simiand sacrificava volentieri la vita alla logica - e tutti sanno quale colpa fosse questa per chi perseguiva il progetto delle «Annales» - anche se la sua campagna contro gli storici all’inizio del secolo aveva «fatto riflettere alcuni che pure non accettavano le sue conclusioni». 

La recensione di Bloch divenne in realtà un vero e proprio saggio, una riflessione di metodo che ha una connessione specifica con la questione di Bloch come storico del lavoro. Medievisti francesi lo hanno già rilevato: se c’è un tema che percorre in continuità la sua opera, da Rois et serfs (1921) fino a La société féodale (1939-1940), è quello delle condizioni e delle azioni di coloro che nel medioevo e per buona parte dell’età moderna rappresentavano la stragrande maggioranza dei lavoratori, i laboureurs, produttori sulle terre. 8 Se proviamo a seguire questo filo potremo scoprire una lezione storiografica che tuttora interagisce con problemi aperti nel campo della storia del lavoro in un momento in cui è scomparsa la centralità della storia operaia industriale: da un lato l’ambito di ciò che si definisce come lavoro è stato enormemente esteso, i tempi e luoghi storici della sua rilevanza si sono moltiplicati a livello mondiale, ma, dall’altro, le storie del lavoro si sono spesso gravemente impoverite in quanto storie di costruzione di culture, di motivi di conflitto, di lotte.

 

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