Schede per una bibliografia ragionata e commentata di Franco Ramella

 
1. Industria e trasformazioni sociali. Appunti per una ricerca sui tessitori del Biellese, “Quaderni Storici”, n. 22, 1973, pp. 192-201

L’ipotesi che avrebbe ispirato un decennio abbondante di ricerche: la formazione della classe operaia come risposta alla disgregazione della società “tradizionale” dinanzi all’industrializzazione accentrata in fabbrica. Prima della meccanizzazione, in una fase di transizione all’incirca ventennale, le famiglie e l’intera comunità si fanno gruppo sociale attorno al mestiere dei tessitori, che, forti del possesso della terra come garanzia, si organizzano in una Società dalle molteplici funzioni e difendono attraverso dure lotte il proprio ruolo produttivo e sociale, ridefinito assieme a quelli di genere e generazionali.

2. Alla ricerca di un bandolo della matassa, in Dieci interventi sulla storia sociale, Torino, Rosenberg & Sellier 1981, pp. 117-122 (scarica l'intero volume)

Riflessioni sul diffondersi della “nuova” storia sociale. Non è sufficiente attingere a modelli precostituiti dalle scienze sociali (come l’economia del mercato del lavoro e la sociologia della stratificazione per studiare la formazione della classe operaia), bensì occorre ripensare le categorie mediante ricerche empiriche approfondite sui contesti che mediano strutture oggettive e comportamenti soggettivi. Per farlo si suggerisce il ricorso al metodo “nominativo” che stava guidando le ricerche biellesi: seguire gli individui e le loro reti di relazione in una pluralità di fonti, che implica una riduzione di scala e la moltiplicazione degli interrogativi.

3. Terra e telai. Sistemi di parentela e manifattura nel Biellese dell’Ottocento, Torino, Einaudi 1984

L’ipotesi biellese viene verificata attraverso lo spoglio di un ampio novero di fonti, con ampio uso del metodo nominativo. Ne esce un classico della storia sociale dell’Ottocento, un imprescindibile ritratto dal basso della prima industrializzazione italiana, reso illustrando percorsi individuali, ruoli familiari, reti comunitarie e lotte di classe. Le strategie dei tessitori per resistere all’accentramento promosso dagli industriali negli anni Cinquanta, oltre al conflitto, prevedevano, fra le altre, l’autoconsumo consentito dalla proprietà della terra (consolidata mediante una pluralità di pratiche) e il controllo dell’apprendistato. La trasformazione sociale che ne sortisce alla fine sancisce la dipendenza dei lavoratori e il conseguente spostamento del conflitto sul terreno salariale. La sconfitta dello sciopero del 1877 apre alla meccanizzazione della produzione, con ingresso in fabbrica di manodopera dequalificata, giovani e donne. Nonostante l’emigrazione Oltreoceano degli ex-tessitori, lo sciopero delle tessitrici del 1889 avrebbe rivelato la continuità delle reti sociali.

4. Biografia di un operaio antifascista: ipotesi per una storia sociale dell’emigrazione politica, in Les italiens en France de 1914 à 1940, sous la direction de Pierre Milza, Ecole Française de Rome 1986, pp. 385-406 (scarica il pdf)

Il metodo nominativo al servizio dell’esplorazione di una nuova ipotesi di ricerca: l’emigrazione antifascista in Francia come “emigrazione politica di massa”, strettamente intrecciata alla storia dell’emigrazione “economica” e contesto operativo per i dirigenti fuoriusciti. Fonti d’archivio e testimonianze orali permettono di ricostruire il percorso di un muratore, Adriano Rossetti, caratterizzato da andirivieni fra il Biellese e la Francia sin da bambino, poi dalla militanza comunista che culmina nella guerra civile spagnola e nella Resistenza. Tradizione migratoria familiare e locale, specializzazione professionale e ascesa sociale nell’emigrazione, crucialità delle reti parentali e di origine aiutano a capire l’importanza delle scelte dei migranti, specie in movimenti dal basso, non incentivati dagli Stati

5. One family, two worlds. An Italian family’s correspondence across the Atlantic, 1901-1922, edited by Samuel L. Baily and Franco Ramella, New Brunswick and London, Rutgers University Press 1988

Edizione parziale inglese della straordinaria corrispondenza fra i membri della famiglia Sola, lavoratori industriali biellesi, la cui famiglia, come molte dell’area, è caratterizzata da una cultura della mobilità di lungo periodo. I figli di Luigi e Margherita, Oreste e Abele, si stabiliscono in Argentina, con base a Buenos Aires e non tornano in visita in Italia che dopo la morte dei genitori: segno del successo Oltreoceano, ove mettono a profitto contatti e istruzione e si fanno rispettivamente appaltatore ferroviario e tecnico industriale. Se questo esito forse non è del tutto rappresentativo dell’emigrazione italiana, le lettere documentano tratti universali, come gli aspetti soggettivi della migrazione e le scelte che costellano il processo, ma soprattutto il peso delle reti sociali di parenti e conterranei, “fili invisibili” di informazioni e supporto che fanno delle remote lande sudamericane un mondo prossimo alla provincia italiana.

6. Emigration from an Area of Intense Industrial Development: the Case of Northwestern Italy, in A Century of European Migrations, 1830–1930, edited by Rudolph J. Vecoli, Urbana 1991, pp. 261-274

A fronte dell’immagine dell’emigrazione italiana come prevalentemente meridionale ed espulsa definitivamente da campagne arretrate, si evidenzia il rilievo assoluto e l’incidenza dei flussi dalle regioni nord-occidentali, in corso di industrializzazione. Si rivaluta quindi l’importanza delle scelte e si distinguono tre tipologie: dalle aree montane sono movimenti strutturali stagionali, sin dall’Antico regime; dalle campagne si spostano contadini rovinati dalla crisi agraria per resistere alla proletarizzazione; dalle zone proto-industriali si parte alla ricerca di redditi integrativi quando incalza la concorrenza dell’industria accentrata e meccanizzata. In tutti i casi non si danno rotture traumatiche nelle strategie familiari, tanto che frequenti sono i rientri, una volta accumulate risorse da reinvestire: a strutturare i flussi sono le reti parentali, professionali e di paese.

7. La mobilità spaziale degli emigranti italiani in Francia alla fine dell'Ottocento, in Le migrazioni internazionali dal Medioevo all’età contemporanea. Il caso italiano, “Bollettino di demografia storica”, n. 12, 1992, pp. 119 - 127

La migrazione non è un fenomeno lineare, non si esaurisce in singoli movimenti. Lo evidenzia la mobilità degli immigrati, largamente trascurata dagli studi: gli italiani in Francia, ad esempio a Marsiglia, sono ritenuti “nomadi” e conoscono un ricambio incessante, dovuto alle tipologie di impiego e dunque a mobilità temporanee. Ma lo spostamento limitato apre a nuove relazioni che schiudono nuovi contesti, costringendo a scegliere fra il radicamento o il rientro, prospettive che implicano comportamenti diversi, nei consumi e nelle rimesse ad esempio. Non migrano solo i proletari espulsi dalla terra e non sempre i contadini si fanno operai. Il ritorno a casa può essere indice di successo, non solo di fallimento.

8. Immigrati rurali in un borgo periferico di Torino a metà 800, in SIDeS (Società Italiana di Demografia Storica), Disuguaglianze: stratificazione e mobilità sociale nelle popolazioni italiane (Dal sec. XIV agli inizi del secolo XX), Bologna, Clueb 1997, v. 1, pp. 245-259

Un flusso minore approda a Torino alle soglie del Risorgimento: muove dalle campagne verso Borgo Po, nella periferia fuori cinta daziaria. Le schede del censimento del 1857 restituiscono una popolazione in larga parte non nativa dell’area urbana, per effetto di flussi diversi da quelli che interessano i quartieri centrali. Sono composti da famiglie di lavoratori dequalificati e analfabeti, sul crinale fra artigianato e agricoltura. I figli evitano le specializzazioni dei padri per diversificare le occupazioni artigiane e moltiplicare le occasioni, ma poi rientrano nei settori paterni, segno di una non piena integrazione in città, che trova poi ulteriore conferma nella fuoriuscita dall’artigianato e nell’abbandono del quartiere per altre strategie.

9. In fabbrica e in famiglia: le operaie italiane a Paterson, New Jersey, "Quaderni storici", n. 98, 1998, pp. 383 – 414

Al tempo del celebre sciopero anarchico del 1913, a Paterson le immigrate di origine italiana dopo il matrimonio presentavano tassi di partecipazione al lavoro operaio più alti rispetto alle immigrate di altre provenienze e di uguale stato civile. Indagando sulle motivazioni alla base di questa evidenza statistica, si offre una spiegazione basata sulle fasi del ciclo migratorio teorizzate da Pnina Werbner. Nella prima fase pionieristica, che ha caratterizzato gli inizi dei flussi dal Nord Italia a fine Ottocento, i progetti migratori degli italiani erano legati all’aspirazione a una mobilità sociale in patria e dunque orientati a risparmiare il più possibile a Paterson per inviare rimesse ai familiari rimasti nel paese di origine. Qualche decennio più tardi lo scenario appare mutato: chi ha deciso di restare negli Stati Uniti ha cambiato i propri punti di riferimento e i propri stili di consumo. L’acquisto della casa in quartieri di nuova costruzione diventa il progetto di molti, ma lo sforzo economico necessario è tale da richiedere il contributo di tutti i membri adulti della famiglia e, in particolare, diventa importante contare sul lavoro operaio delle mogli.

10.Reti sociali e mercato del lavoro in un caso di emigrazione. Gli operai italiani e gli altri a Paterson, New Jersey in Tra fabbrica e società. Mondi operai nell’Italia del Novecento, a cura di Stefano Musso, “Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli”, XXXIII/1997, Milano, Feltrinelli 1999, pp. 741-775

L’industria serica di Paterson si consolida grazie all’apporto di tessitori europei, prima uomini inglesi e tedeschi, poi italiani ed ebrei orientali, con ampia presenza femminile. Condividono una cultura di gruppo che si riproduce grazie alla chiusura garantita da processi informali di reclutamento e di formazione in fabbrica, che segmentano il mercato del lavoro. Lungi dall'essere un tratto meramente tecnico, la “qualifica” è dunque prodotto di reti sociali, che caratterizzano anche la presenza italiana, nonostante elementi specifici (come l’elevata mobilità e i bassi salari). I confini di queste reti sono mutevoli, oltre la semplificazione “etnica” e le catene paesane: sussiste ad esempio una separazione fra settentrionali e meridionali, fino a quando il riferimento resta la madrepatria, mentre l’opzione definitiva per l’emigrazione familiare innesca il conflitto che culmina nello sciopero epocale del 1913.

11. I documenti personali e la storia dell'emigrazione. Le lettere americane di Giovanni Battista Vanzetti, contadino cuneese, “Il presente e la storia”, n. 57, 2000, pp. 95-169

Le corrispondenze migranti sono un invito a ripensare la “grande moblità geografica” al di là dei quadri generali ispirati da economicismo e miserabilismo o da una lettura lineare dello sviluppo italiano. Si mettono a confronto due flussi epistolari: quello fra Giovan Battista Vanzetti e il padre al tempo dell’emigrazione del primo in California (1881-1883) e quello fra lo stesso e il figlio Bartolomeo (futuro martire anarchico), anch’egli emigrato, prima a Torino e poi Oltreoceano (1903-1917). Le prime lettere inducono uno “spaesamento salutare” e invitano a ricondurre la mobilità ai percorsi precedenti, a non pensarla come crisi, bensì come strategia collettiva di una famiglia contadina, a fare attenzione alla circolarità cioè ai ritorni, a valutare l’ambiente sociale “incapsulato” della migrazione, che spesso dà vita a reti centrate sul contesto di origine. Le lettere successive testimoniano invece dell’incomprensione, fondata sulla propria esperienza, delle diverse prospettive del figlio, che emigra più giovane, dopo aver maturato una rottura con l’ambiente rurale e aver fatto proprie idee diverse.

12. Reti sociali, famiglie e strategie migratorie, in Storia dell'emigrazione italiana, a cura di Piero Bevilacqua, Andreina De Clementi e Emilio Franzina, Partenze, Roma, Donzelli 2001, pp. 143-160

Da cosa dipende la maggiore o minore presenza di donne nei diversi flussi migratori dall’Italia verso mete estere nei decenni che hanno preceduto la Prima guerra mondiale? Per rispondere a questa domanda si propone un’analisi articolata delle logiche che guidavano le strategie familiari nei luoghi di partenza, dei vincoli che le condizionavano e dei ruoli mutevoli che le varie forze maschili e femminili erano chiamate a giocare al suo interno. Raramente, infatti, chi emigra lo fa nell’ambito di un progetto strettamente individuale: la famiglia rimasta nel luogo di origine è al contrario il punto di riferimento nelle molte partenze temporanee che hanno caratterizzato la storia dell’emigrazione italiana. Per comprendere le scelte delle famiglie riguardo ai membri da mobilitare in un progetto migratorio di questo tipo è cruciale considerare il peso delle reti sociali che nel tempo alimentano i flussi. Tali reti sono soprattutto basate su specifiche nicchie occupazionali e sono segregate per genere. In molti contesti si tratta di reti maschili che possono fornire aiuto per trovare occupazione solo agli uomini. Ma quando i canali sociali costruiti con una tradizione migratoria di lungo periodo permettono l’accesso a occupazioni per donne, anche le forze femminili della famiglia sono mobilitate in forme di migrazione che prevedono il ritorno, come nel caso delle filande di Marsiglia che attraggono molte ragazze dal versante italiano dell’arco alpino.

13. Reti sociali e ruoli di genere: ripartendo da Elizabeth Bott, in La costruzione dell’identità maschile in età moderna e contemporanea, a cura di Angiolina Arru, Roma, Biblink 2001, pp. 79-87.

Si riprende in esame un celebre testo scritto negli anni Cinquanta dall’antropologa sociale Elizabeth Bott sulla divisione dei ruoli nelle coppie sposate inglesi del Novecento proponendone una lettura originale. L’indicazione è di prestare particolare attenzione alle implicazioni della mobilità geografica sulle reti sociali dei coniugi e sull’organizzazione domestica. Nello studio condotto da Bott si mettono in relazione la conformazione delle reti sociali di moglie e marito con un maggiore o minore grado di collaborazione nelle questioni che riguardano la sfera domestica e l’educazione dei figli. Quando una coppia si trasferisce lontano dalla città o dal quartiere di origine deve ricostruire una propria rete sociale sul posto ed è più facile che le nuove conoscenze e frequentazioni dei coniugi si sovrappongano. È in questi casi che si nota una maggiore condivisione dei problemi legati alla casa e che i ruoli di moglie e marito tendono a divenire sempre più intercambiabili. Come in altri contributi, l’intento è porre l’attenzione sulle costanti del processo migratorio e sull’importanza di osservare la modificazione delle reti sociali in emigrazione per interpretare il mutamento sociale più in generale.

14. Immigrazioni e traiettorie sociali in città: Salvatore e gli altri negli anni sessanta, in L'Italia delle migrazioni interne. Donne, uomini, mobilità in età moderna e contemporanea, a cura di Angiolina Arru e Franco Ramella, Roma, Donzelli 2003, pp. 339-385

Nella Torino degli anni Sessanta il mondo operaio appare segnato da profonde fratture basate sull’origine geografica: i tanti che arrivano dal Meridione hanno meno possibilità di progredire nella carriera di fabbrica o di ottenere una mobilità sociale all’infuori di essa rispetto agli altri lavoratori manuali immigrati, ma di corto raggio. Non si tratta di uno svantaggio legato al capitale umano, ma a fare la differenza sono le relazioni sociali di cui si dispone in città. Le opportunità di avanzamento, di formazione e le occupazioni nei settori migliori del mercato del lavoro sono accessibili soprattutto a chi può contare su conoscenze ben radicate nel tessuto urbano, a chi può disporre delle giuste informazioni, frutto di una più lunga tradizione migratoria nel capoluogo piemontese. Seguendo da vicino gli itinerari di alcuni giovani immigrati da diverse aree del Paese, si mette in discussione la debolezza di una lettura molto diffusa negli studi sulla mobilità sociale e sui processi di integrazione in emigrazione.

15. Movimenti migratori e limiti dell'integrazione, in Torino da capitale politica a capitale dell’industria, 2, Il miracolo economico (1950-70), a cura di Fabio Levi e Stefano Musso, Torino, Archivio Storico della Città di Torino 2004, pp. 59-69

Un breve saggio, denso di indicazioni di metodo e di acquisizioni. Torino non è solo meta, ma anche “perno” migratorio, con apice negli anni Sessanta. L’instabilità caratterizza la popolazione urbana, un “turbinio” che tuttavia non è “caotico”, bensì strutturato socialmente attraverso le trame dei legami personali. Al 1971 due terzi degli abitanti di Torino sono nati fuori città, e molti fra gli stessi nativi sono figli di immigrati. Torino è polarizzata socialmente, con un'ulteriore frattura fra immigrati: gli originari del Mezzogiorno restano confinati in lavori dequalificati, non tanto per i loro attributi individuali, quanto per le reti sociali omogenee che ne indirizzano aspirazioni e opportunità, favorendo la segregazione residenziale e pesando anche sui destini dei discendenti.

16. Variazioni sul tema delle donne nelle migrazioni interne. Torino anni venti e trenta, in Donne e Uomini migranti. Storie e geografie tra breve e lunga distanza, a cura di Angiolina Arru, Daniela L. Caglioti, Franco Ramella, Roma, Donzelli 2008, pp. 107 – 144.

Introducendo nuovi elementi di conoscenza sulle migrazioni che, tra le due guerre, hanno per perno la città di Torino, si rilanciano alcuni temi a lungo trascurati dalla storiografia. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe dal profilo produttivo e sociale della città, modellato dalla grande industria moderna la cui manodopera è prettamente maschile, la componente principale dei flussi migratori in arrivo è femminile. L’analisi delle opportunità occupazionali che richiamano tante immigrate dal resto del Piemonte e da fuori regione mette in luce l’importanza di settori produttivi rimossi dalla memoria collettiva, come quello legato alla confezione dell’abbigliamento, che comprendeva un’ampia varietà di figure professionali. L’invisibilità statistica di molte occupazioni in cui le donne sono collocate ha contribuito a perpetuare un’invisibilità sociale del lavoro femminile negli studi. Una fonte diversa, il fondo delle schede anagrafiche "eliminate”, permette di osservare da vicino le protagoniste del movimento rotatorio tra città e campagna, la pluriattività strutturale delle famiglie operaie, i forti legami mantenuti con i luoghi di provenienza che prevedono il ritorno.

17. Le migrazioni interne. Itinerari geografici e percorsi sociali, in Storia d'Italia, Annali 24, Migrazioni, a cura di Paola Corti e Matteo Sanfilippo, Torino, Einaudi 2009, pp. 425 – 447

Unico contributo dedicato alle migrazioni interne in un ampio volume sulle migrazioni italiane, punta con forza a mostrare l’importanza di attribuire una maggiore attenzione a questi movimenti di popolazione, imponenti e continuativi nelle diverse epoche. Una panoramica sulle migrazioni interne al Paese dall’Unità a oggi, che insiste su una serie di temi, a cominciare dalla necessità di approfondire lo studio delle implicazioni di queste mobilità sui processi generali di mutamento sociale. “La mobilità della popolazione non va considerata come un accidente da porre in rapporto a fattori di eccezione, straordinari o contingenti”: è invece da considerarsi come un fenomeno legato alla normalità della vita sociale. Filo rosso in questo excursus è la necessità di andare oltre alle consuete fonti statistiche amministrative usate per studiare gli spostamenti da un comune all’altro, per arrivare a cogliere movimenti meno visibili, ma probabilmente molto consistenti in tutto l’arco della storia postunitaria. Anche il lavoro va indagato nelle sue forme più sfuggenti: dalla pluriattività dei ceti rurali e di quelli artigiani e operai delle aree urbane tra Otto e Novecento, ai lavori flessibili e sommersi delle donne emigrate nel Triangolo industriale negli anni del boom economico.

18. La città fordista: un crocevia di movimenti, in Torino. Luoghi urbani e spazi sociali, a cura di Carmen Belloni,Soveria Mannelli (CZ),Rubbettino 2011, pp. 19-33

A partire dallo studio del caso di Torino negli anni del Miracolo economico, il saggio punta la lente su due aspetti molto trascurati dagli storici: la mobilità di persone in entrata e uscita che caratterizza le fasi di crescita demografica delle città e l’elevata mobilità residenziale interna ai centri urbani. È importante considerare che le implicazioni di questi movimenti vorticosi sono significative poiché riguardano la formazione della popolazione della città, la varietà dei profili che assume, il rapporto che stabilisce con lo spazio urbano. Negli anni Sessanta una delle spinte ai cambi di abitazione è il nuovo atteggiamento che si diffonde nei confronti della casa, connesso alla formazione di un nuovo modello familiare centrato sulla domesticità e non più sulla strada. Il tema contribuisce a spiegare il fenomeno di riduzione del peso della prossimità geografica nell’organizzazione della vita relazionale delle persone nella città moderna. Inoltre, i dati che mostrano i frequenti cambi di residenza da un quartiere all’altro della metropoli fordista invitano a riflettere sulle relazioni sociali che gli immigrati formano in città capaci di influenzare i percorsi sociali di più generazioni.

19. Appunti su famiglia, mobilità e consumi, in Microstoria. A venticinque anni da L’eredità immateriale, a cura di Paola Lanaro, Milano, Angeli 2011, pp. 79-88

Partendo dall’occasione di una valutazione di quanto siano state recepite le proposte metodologiche presenti nell’importante opera di Giovanni Levi, viene messa sotto esame la produzione italiana degli ultimi decenni nel campo della storia e della sociologia della famiglia. Il giudizio è netto e severo: in un panorama in cui l’interesse per la storia della famiglia si è notevolmente affievolito, non vi è quasi traccia degli approcci innovativi e proficui proposti dagli antropologi sociali britannici tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del Novecento, che Levi aveva cercato di introdurre nel dibattito italiano. La forza di questi studi stava nel dare importanza alle reti sociali esterne alla famiglia e al loro mutamento per spiegare le trasformazioni delle famiglie delle classi popolari in Europa nel Secondo dopoguerra. La famiglia diventa sempre più centrata sulla casa e riduce l’investimento sulla socialità esterna ad essa. Questi modelli di socialità e di consumo mutano soprattutto per gli effetti dei processi di urbanizzazione avvenuti in quel periodo storico e della diffusa mobilità geografica ad essi connessa.

20. Sulla diversità della famiglia immigrata. Note intorno a un dibattito americano sul vantaggio scolastico delle ragazze di seconda generazione,Quaderni storici”, n. 142, 2013, pp. 197 – 221.

Il vantaggio scolastico delle ragazze di seconda generazione rispetto alla componente maschile dei flussi accomuna migrazioni di diverse provenienze e in diversi contesti di arrivo. Il tema è stato molto studiato, soprattutto in ambito anglosassone e in Francia e, più recentemente, nel caso delle grandi migrazioni interne degli anni Sessanta in Italia. Accostando studi di caso realizzati in aree geografiche distanti e in epoche diverse, si mettono da parte le spiegazioni basate sulla cultura di origine degli immigrati, per puntare invece l’attenzione sulle costanti del processo migratorio: emergono così i tratti distintivi della famiglia immigrata, alle prese con un impoverimento della propria rete sociale e parentale di supporto sul posto. La necessità di riorganizzare i contributi dei vari membri del nucleo per far fronte agli impegni domestici e di cura, da un lato, e i timori dei genitori verso un ambiente urbano poco conosciuto e sfuggente, dall’altro, condizionano i modelli di socializzazione adottati per figlie e figli, divaricando i percorsi scolastici in base al genere.

21. La valigia americana. Breve storia di Emma detta “la Bresci", "Genesis, Rivista della Società Italiana delle Storiche", n. 2, 2015, pp. 83- 106

In un numero monografico dedicato alle donne nelle città, si riprende la vicenda straordinaria di una giovane biellese emigrata a Paterson a fine Ottocento per lavorare come tessitrice nelle industrie cittadine. La storia di Emma è significativa sotto vari aspetti. La frequentazione degli ambienti socialisti e anarchici della città industriale mette la ragazza in contatto con mondi sociali diversi da quello degli operai di origine italiana, permettendole di stringere rapporti non superficiali persino nel mondo intellettuale statunitense. La conoscenza di Gaetano Bresci sulla nave del ritorno in Europa e i pochi giorni trascorsi con lui e alcuni suoi amici a Parigi per visitare l’Esposizione internazionale del 1900 la catapultano agli onori delle cronache del suo villaggio di origine, perché sospettata di essere coinvolta nel regicidio. Scagionata dalle accuse, ritorna in America e continua a lavorare in fabbrica per realizzare i progetti di ascesa sociale della famiglia: perseguiti soprattutto dalla madre, puntano sui percorsi di studio dei due fratelli minori. Grazie ai suoi sacrifici, i due giovani biellesi riusciranno a concludere l’università e a ottenere posizioni di prestigio nella società piemontese.